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venerdì 18 aprile 2014

«LA PERFEZIONE DELL'AMORE» - d ai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

Il Signore…ha definito la pienezza dell'amore con cui dobbiamo amarci gli uni gli altri con queste parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). 
Ne consegue ciò che il medesimo evangelista Giovanni dice nella sua lettera: Cristo «ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli», (1 Gv 3, 16) amandoci davvero gli uni gli altri, come egli ci ha amato, fino a dare la sua vita per noi.[…]
Non vogliamo dire con questo di poter essere pari a Cristo Signore, qualora giungessimo a rendergli testimonianza fino allo spargimento del sangue. 
Egli aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla, mentre noi non possiamo vivere finché vogliamo, e dobbiamo morire anche contro nostra voglia.
Egli, morendo, uccise subito in sé la morte, mentre noi veniamo liberati dalla morte solo mediante la sua morte. La sua carne non conobbe la corruzione, mentre la nostra, solo dopo aver subito la corruzione, rivestirà per mezzo di lui l'incorruttibilità alla fine del mondo. 
Egli non ebbe bisogno di noi per salvarci, ma noi, senza di lui, non possiamo far nulla. […]
In fine, anche se i fratelli arrivano a dare la vita per i fratelli, il sangue di un martire non viene sparso per la remissione dei peccati dei fratelli, cosa che invece egli ha fatto per noi. E con questo ci ha dato non un esempio da imitare, ma un dono di cui essergli grati.




Cavallini Pietro. Crocifissione, c. 1308. Chiesa di San Domenico Maggiore, Napoli.


giovedì 17 aprile 2014

« Non era ancora giunta la Sua ora » -- meditazione di Sant’Agostino nel quinto secolo --

Ora si avvicinava la festa dei Giudei, detta delle Capanne. I fratelli di Gesù gli dissero: Parti di qui e vattene nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che fai...
E Gesù disse loro: “Il mio tempo non è ancora giunto, il vostro invece è sempre pronto” (Gv 7, 2-6)... La parola del Signore quindi: Il mio tempo non è ancora giunto, era la risposta al loro consiglio di gloria: il tempo della mia Gloria non è ancora giunto.
Notate come è profonda la sua risposta. Essi lo esortano a cercare la sua Gloria, ma Egli vuole che l'esaltazione sia preceduta dalla umiliazione e intende giungere alla Gloria percorrendo la strada dell'umiltà.
Quei discepoli che volevano sedersi uno alla Sua destra e l'altro alla Sua sinistra (Mc 10,37), cercavano anch'essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la Via; il Signore li richiamò alla Via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la Via.
La patria è la Vita di Cristo, la Via è la sua morte; la patria è lassù ove Cristo dimora presso il Padre, la Via è la sua Passione...
Cerchiamo dunque di essere retti di cuore: il tempo della nostra gloria non è ancora giunto. Diciamo a coloro che, come i fratelli del Signore, amano il mondo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”.
Osiamo dir questo anche noi. Dal momento che noi siamo il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo, siamo sue membra, e con animo grato riconosciamo in Lui il nostro capo, diciamolo pure, poiché Egli stesso si è degnato di dirlo per noi.
All'insulto di coloro che amano il mondo, rispondiamo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”.
A noi infatti l'apostolo Paolo dice: “Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Quando giungerà il nostro tempo? “Quando comparirà Cristo, che è la vostra Vita, allora anche voi comparirete con lui nella Gloria” (Col 3, 3).
“La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio”.
Così si può dire durante l'inverno: quest'albero è morto; ad esempio, questo fico, questo pero, questi alberi da frutta sembrano secchi; e per tutto l'inverno non danno segni di vita.
Bisogna aspettare l'estate, bisogna aspettare il giudizio. La rivelazione di Cristo è la nostra estate: Dio verrà in modo manifesto, il nostro Dio verrà e non tacerà.
-- meditazione di Sant’Agostino nel quinto secolo --

mercoledì 2 aprile 2014

S. Agostino, Commento al Vangelo di S. Giovanni, II, 2-3.

"In principio era il Verbo. E' sempre lo stesso, sempre allo stesso modo; è così come è da sempre, e non può mutare: semplicemente è. Questo suo nome lo rivelò al suo servo Mosè: Io sono colui che sono. Colui che è, mi ha mandato (Es 3, 14). Chi dunque potrà capire ciò, vedendo come tutte le cose mortali siano mutevoli; vedendo che tutto muta, non solo le proprietà dei corpi: che nascono, crescono, declinano e muoiono; ma anche le anime stesse, turbate e divise da sentimenti contrastanti; vedendo che gli uomini possono ricevere la sapienza, se si accostano alla sua luce e al suo calore, e che possono perderla, se per cattiva volontà si allontanano da essa? Osservando, dunque, che tutte queste cose sono mutevoli, che cos'è l'essere, se non ciò che trascende tutte le cose contingenti? Ma chi potrebbe concepirlo? O chi, quand'anche impegnasse a fondo le risorse della sua mente e riuscisse a concepire, come può, l'Essere stesso, potrà pervenire a ciò che in qualche modo con la sua mente avrà raggiunto? E' come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi. Così è di noi, che vogliamo giungere a quella stabilità dove ciò che è è, perché esso solo è sempre così com'è. E anche se già scorgiamo la meta da raggiungere, tuttavia c'è di mezzo il mare di questo secolo. Ed è già qualcosa conoscere la meta, poiché molti neppure riescono a vedere dove debbono andare. Ora, affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. Anche se uno ha gli occhi malati, può attaccarsi al legno della croce. E chi non riesce a vedere da lontano la meta del suo cammino, non abbandoni la croce, e la croce lo porterà.

Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. E' per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare. E' meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza".

S. Agostino, Commento al Vangelo di S. Giovanni, II, 2-3.



venerdì 14 marzo 2014

TEMIAMO IL GIUDIZIO DI DIO - Sant'Agostino

Cosa diceva dunque il Signore? Ecco, io giudico fra pecora e pecora e fra i montoni e i capri . 
Io giudico. Grande sicurezza! 
È lui che giudica: stiano tranquilli i buoni. Il loro giudice non si lascia corrompere da alcun avversario, né circuire da alcun avvocato, né ingannare da alcun [falso] teste. Ma quanto debbono essere tranquilli i buoni, altrettanto debbono temere i cattivi. 
Egli non giudica in maniera che gli si possa nascondere qualcosa. O che forse nel giudicare Dio cercherà dei testimoni per conoscere quale tu sia?. Come potrebbe ingannarsi sulla tua condizione colui che anticipatamente sapeva ciò che saresti stato? 
Egli interroga te, non un altro che lo informi su di te. Dice: Il Signore interroga il giusto e l'empio. 
Interroga te, non per sapere qualcosa da te ma per confonderti. 
Avendo dunque un giudice che nessuno può ingannare a nostro sfavore o a nostro favore, comportiamoci in modo da non dover temere il suo futuro giudizio ma piuttosto aspettiamolo e desideriamolo. 
O che forse il buon grano teme d'essere riposto nel granaio? Anzi, lo brama ardentemente e lo desidera. 
O che le pecore temono d'essere collocate alla destra? Anzi, nulla procede per loro così a rilento quanto l'attesa che ciò avvenga. Gente di questa categoria dice di cuore e con tutta sincerità: Venga il tuo regno. 
Quanto ai cattivi, viceversa, a queste parole il loro cuore trepida e la lingua inciaccia. 
Con che disposizione infatti dici: Venga il tuo regno? Ecco che sta per venire: come ti troverà? 
Comportati dunque in modo da poter pregare con tranquillità. E se per caso nella tua coscienza c'è qualche errore o peccato, hai il rimedio nella stessa orazione: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori . Dio ha voluto che tu [gli] fossi debitore avendo a tua volta dei debitori. Col peccato ti rendi nemico di Dio, ma bada se per caso non abbia anche tu un qualche nemico. Perdonagli e ti sarà perdonato. 
Ciò che fai tu, uomo soggetto al peccato, lo farà a te colui che non può essere giudicato reo di alcun peccato. 
Se invece tu, pur essendo immerso nel peccato, non vuoi perdonare a chi pecca contro di te né consideri nel tuo simile la tua propria condizione né hai paura delle cadute in cui ti fa incorrere la tua fragilità, cosa pensi che ti farà colui che giudica con quella sicurezza che gli accorda il fatto di non poter mai peccare?

Sant'Agostino



giovedì 21 novembre 2013

"Presentazione della Beata Vergine Maria al tempio " - Colei che credette in virtù della fede, in virtù della fede concepì -Sant'Agostino Vescovo

"Fate attenzione, vi prego, a quello che disse il Signore Gesù Cristo, stendendo la mano verso i suoi discepoli: « Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre » (Mt 12, 49-50). Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo.
Osserva se non è vero ciò che dico. Mentre il Signore passava, seguito dalle folle, e compiva i suoi divini miracoli, una donna esclamò: « Beato il grembo che ti ha portato! » (Lc 11, 27). Felice il grembo che ti ha portato! E perché la felicità non fosse cercata nella carne, che cosa rispose il Signore? « Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano » (Lc 11, 28). Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata. Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo. Cristo è verità, Cristo è carne; Cristo è verità nella mente di Maria, Cristo è carne nel grembo di Maria. Conta di più ciò che è nella mente, di ciò che è portato nel grembo.
Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero corpo. Se è membro di tutto il corpo, allora certo vale più il corpo che un suo membro. Il Signore è capo, e il Cristo totale è capo e corpo. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo per capo Dio.
Perciò, o carissimi, badate bene: anche voi siete membra di Cristo, anche voi siete corpo di Cristo. Osservate in che modo lo siete, perché egli dice: «Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli » (Mt 12, 49). Come potrete essere madre di Cristo? Chiunque ascolta e chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre (cfr. Mt 12, 50).
Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità. Perciò anche nella sua misericordia, Cristo, essendo unico, non volle essere solo, ma fece in modo che fossimo eredi del Padre e suoi coeredi nella medesima sua eredità".


Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 25, 7-8).


venerdì 3 maggio 2013

Nell'annunciare il suo distacco sensibile Gesù promette ai discepoli l'invio dello Spirito Consolatore (S.Agostino)


Il Signore Gesù, dopo aver predetto ai suoi discepoli le persecuzioni che avrebbero dovuto soffrire dopo la sua partenza, soggiunse: Queste cose non ve le ho dette fin da principio perché ero con voi. Adesso, però, vado a colui che mi ha mandato (Gv 16, 5). La prima cosa da vedere qui è se precedentemente aveva o no già predetto le persecuzioni. Gli altri tre evangelisti dimostrano chiaramente che egli ne aveva parlato anche prima di venire alla cena (cf. Mt 24, 9; Mc 13, 9-13; Lc 21, 12-17); mentre, secondo Giovanni, egli ne parlò solo alla fine della cena, quando disse: Queste cose non ve le ho dette fin da principio perché ero con voi.

Si può risolvere la questione rispondendo che anche dagli altri evangelisti risulta che egli era prossimo alla passione quando diceva queste cose. Dunque non disse queste cose fin dal primo momento che era con loro, perché ormai stava per partire e andare al Padre e perciò anche presso gli altri evangelisti si trova la conferma che Gesù pronunciò queste parole: Queste cose non ve le ho dette fin dal principio. Ma come si salva la veracità del Vangelo secondo Matteo, il quale afferma che il Signore preannunziò queste cose non solo a Pasqua, poco prima della Cena e nell'imminenza della Passione, ma fin dal principio, quando i dodici Apostoli vengono presentati con il loro nome e inviati a compiere le opere di Dio (cf. Mt 10, 17)?

In che senso allora si devono intendere queste parole del Signore: Queste cose non ve le ho dette fin dal principio perché ero con voi? Non forse nel senso che egli parla dello Spirito Santo, che sarebbe sceso sui discepoli per rendere a lui testimonianza, quando essi avrebbero dovuto subire tutti questi patimenti e di cui non aveva parlato fin dal principio perché egli era con loro? Questo Consolatore o Avvocato (il greco Paracleto ha questi due significati) era necessario dopo la partenza di Cristo, e perciò egli non ne aveva parlato fin dal primo momento che era con loro e li confortava con la sua presenza. [Ma essendo ormai sul punto di partire, era necessario che annunciasse la venuta dello Spirito Santo, per mezzo del quale doveva essere riversata la carità nei loro cuori rendendoli capaci di proclamare con fiducia la parola di Dio; e così, mentre lo Spirito Santo avrebbe reso testimonianza a Cristo dentro di loro, essi stessi gli avrebbero reso testimonianza, senza scandalizzarsi quando i Giudei ostili li avessero cacciati dalle sinagoghe e li avessero uccisi credendo con ciò di rendere culto a Dio. Perché la carità, che doveva essere riversata nei loro cuori mediante il dono dello Spirito Santo (cf. Rm 5, 5), sopporta tutto (cf. 1 Cor. 13, 7). Ecco dunque il senso completo delle sue parole: egli voleva fare dei discepoli i suoi martiri, cioè i suoi testimoni, per mezzo dello Spirito Santo: sostenuti dalla sua forza operante in loro, essi sarebbero stati capaci di affrontare le più dure persecuzioni, e, infiammati da quel fuoco divino, non si sarebbe raffreddato in loro l'ardore della predicazione. Dunque: Vi ho detto queste cose affinché, quando verrà l'ora, ve ne ricordiate che io ve l'ho detto  (Gv 16, 4). Cioè, vi ho detto queste cose, non soltanto perché dovrete subirle, ma anche perché, quando verrà il Paracleto e mi renderà testimonianza, non abbiate a tacere per paura, ma mi rendiate, anche voi, testimonianza. Queste cose non ve le ho dette fin dal principio perché ero con voi, e vi consolavo con la mia presenza corporale sensibile, quale si conveniva a voi ancora bambini].

 Sant'Agostino
Tractatus 94 in Joannem, initio


sabato 30 marzo 2013

L'incredulo ama le tenebre, le chiama luce, e, bestemmiando, non s'accorge di bestemmiare. - Sant'Agostino



L'Encenia era la festa della Dedicazione del tempio.  in greco vuol dire nuovo. Il giorno in cui si inaugurava qualcosa di nuovo veniva chiamato Encenia; parola che poi è passata nell'uso comune: quando uno, ad esempio, indossa una tunica nuova si usa il verbo "enceniare". I Giudei celebravano solennemente il giorno della dedicazione del tempio; si celebrava appunto questa festa, quando il Signore pronunciò il discorso che è stato letto.

Era d'inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. I Giudei gli si fecero attorno e gli dissero: Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo diccelo chiaramente! (Gv 10, 23-24). Essi non cercavano la verità ma macchinavano un complotto. Si era d'inverno ed erano pieni di freddo, perché non facevano niente per avvicinarsi a quel fuoco divino. Avvicinarsi significa credere: chi crede si avvicina, chi nega si allontana. Non si muove l'anima con i piedi, ma con l'affetto del cuore.

In loro si era spento del tutto il fuoco della carità, e ardeva soltanto il desiderio di far del male. Erano molto lontani, benché fossero lì; non si avvicinavano con la fede, ma gli stavano addosso perseguitandolo. Volevano sentir dire dal Signore: Io sono il Cristo, e forse di Cristo avevano un'opinione soltanto umana. I profeti avevano annunziato Cristo; ma se neppure gli eretici accettano la divinità di Cristo secondo la testimonianza dei profeti e dello stesso Vangelo, tanto meno i Giudei quindi, finché rimane il velo sopra il loro cuore (2 Cor 3, 15). 

Mercoledì di Passione
Gv.10,22-38
S.AGOSTINO
Tractatus 48 in Joannem, circa initium
Breviario Romano, Letture dal Mattutino



La Sinagoga bendata, Duomo di Strasburgo

Nella festa della Dedicazione i nemici di Gesù cercano con animo malvagio un’affermazione aperta da parte di Gesù sulla sua divinità per poterlo condannare. Gesù adduce le prove fornite dalle sue opere e afferma esplicitamente la sua consustanzialità con il Padre. Allo scandalo farisaico replica richiamandosi alla rivelazione antica  che chiama “dei” i giudici di Israele. Ora se sono chiamati “dei” coloro ai quali si indirizza la parola, quanto più lo sarà la Parola stessa inviata dal Padre perché gli uomini conoscano in essa il Padre.
La divinità di Cristo non è solo la base della nostra fede, ma è anche il fondamento della nostra redenzione e della nostra partecipazione alla vita stessa di Dio. Egli ha comunicato Se stesso e la sua vita divina alla Chiesa, che è il prolungamento della Sua Umanità e della Sua incarnazione nel mondo.
La cecità interiore dell’uomo, causata dal peccato, provoca anche la cecità di fronte all’evidenza del fatto soprannaturale. L’ostinazione dei Giudei che vedono Gesù, ascoltano le sue parole, sono spettatori dei suoi miracoli, notano la sua impeccabilità, ma non credono in Lui e Lo respingono fa pensare a molti cristiani che rinnegano la fede con le opere e soffocano nel peccato la voce ammonitrice della coscienza.




Gloriamoci anche noi nella Croce del Signore. Dai «Discorsi» di sant'Agostino


La passione del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo è pegno sicuro di gloria e insieme ammaestramento di pazienza.
Che cosa mai non devono aspettarsi dalla grazia di Dio i cuori dei fedeli! Infatti al Figlio unigenito di Dio, coeterno al Padre, sembrando troppo poco nascere uomo dagli uomini, volle spingersi fino al punto di morire quale uomo e proprio per mano di quegli uomini che aveva creato lui stesso.
Gran cosa è ciò che ci viene promesso dal Signore per il futuro, ma è molto più grande quello che celebriamo ricordando quanto è già stato compiuto per noi. Dove erano e che cosa erano gli uomini, quando Cristo morì per i peccatori? Come si può dubitare che egli darà ai suoi fedeli la sua vita, quando per essi, egli non ha esitato a dare anche la sua morte? Perché gli uomini stentano a credere che un giorno vivranno con Dio, quando già si è verificato un fatto molto più incredibile, quello di un Dio morto per gli uomini?
Chi è infatti Cristo? E' colui del quale si dice: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»? (Gv 1, 1). Ebbene questo Verbo di Dio «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Egli non aveva nulla in se stesso per cui potesse morire per noi, se non avesse preso da noi una carne mortale. In tal modo egli immortale poté morire, volendo dare la vita per i mortali. Rese partecipi della sua vita quelli di cui aveva condiviso la morte. Noi infatti non avevamo di nostro nulla da cui aver la vita, come lui nulla aveva da cui ricevere la morte. Donde lo stupefacente scambio: fece sua la nostra morte e nostra la sua vita. Dunque non vergogna, ma fiducia sconfinata e vanto immenso nella morte del Cristo.
Prese su di sé la morte che trovò in noi e così assicurò quella vita che da noi non può venire. Ciò che noi peccatori avevamo meritato per il peccato, lo scontò colui che era senza peccato. E allora non ci darà ora quanto meritiamo per giustizia, lui che è l'artefice della giustificazione? Come non darà il premio dei santi, lui fedeltà personificata, che senza colpa sopportò la pena dei cattivi?
Confessiamo perciò, o fratelli, senza timore, anzi proclamiamo che Cristo fu crocifisso per noi. Diciamolo, non già con timore, ma con gioia, non con rossore, ma con fierezza.
L'apostolo Paolo lo comprese bene e lo fece valere come titolo di gloria. Poteva celebrare le più grandi e affascinanti imprese del Cristo. Poteva gloriarsi richiamando le eccelse prerogative del Cristo, presentandolo quale creatore del mondo in quanto Dio con il Padre, e quale padrone del mondo in quanto uomo simile a noi. Tuttavia non disse altro che questo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6, 14).

Dai «Discorsi» di sant'Agostino

mercoledì 6 febbraio 2013

Gesù mentre condusse la nostra natura in cielo mostrò che esso poteva essere reso accessibile ai credenti (S.Agostino)


Carissimi, tutti i miracoli che Nostro Signore Gesù Cristo sotto la nostra debole condizione manifestò in questo mondo sono a nostro giovamento: così mentre condusse la nostra natura in cielo  mostrò che esso poteva essere reso accessibile ai credenti e mentre si elevò come vincitore della morte nel cielo empireo, lo additò ai vincitori che lo avrebbero seguito. Quindi l’ascensione del Signore fu conferma della nostra fede cattolica  affinché credessimo sicuri nel futuro dono di quel miracolo, di cui già ora abbiamo percepito gli effetti; e ogni fedele, che da tale mistero ha già ricevuto grazie tanto grandi, conosca quelle ottenute e impari a sperare quelle promesse, come garanzia dei beni futuri e della bontà passata e presente del suo Dio.

Quindi il suo corpo terreno è posto al di sopra del più alto dei cieli, la sua umanità, poco prima rinserrata nelle angustie del sepolcro, è introdotto tra le schiere degli Angeli, così come attestano gli Atti degli Apostoli: “Dopo aver detto questo, si elevò alla loro vista” (At.1,9). Quando ascolti che “si elevò” riconosci l’ossequio della milizia celeste, per cui l’odierna solennità manifestò a noi il mistero dell’Uomo-Dio. 
Sotto una medesima persona riconosci in ciò che eleva la divina potenza e in ciò che è elevato l’umana sostanza.

E perciò sono del tutto detestabili i veleni dell’eresia orientale, che con sacrilego spirito di novità presume di sostenere che nel Figlio di Dio e nel figlio dell’uomo vi sia una sola natura. E ciò sia in uno che nell’altro senso: negherà la gloria del Creatore qualora dica che egli è solo Uomo, negherà la misericordia del Redentore, qualora dica che egli è solo Dio. Né più facilmente in tal modo l’Ariano potrà accordarsi con la verità evangelica, dove leggiamo che il Figlio di Dio ora è eguale ora minore. 
Chi infatti con mortifero convincimento crederà che il nostro Salvatore sia di una sola natura, sarà costretto ad affermare che è morto crocifisso o il solo Dio o il solo Uomo. Ma non è così. Infatti né il solo Dio avrebbe potuto soffrire la morte, né il solo Uomo avrebbe potuto vincerla.


 Sant’Agostino
Sermo 3 de Ascensione Domini qui est 176 de Tempore
Breviario Romano, Mattutino, Letture del  II Notturno

Sant'Agostino disputa con gli eretici, 
Michael Pacher, Monaco, Alte Pinakothek


domenica 3 febbraio 2013

La Vita si è manifestata nella carne. Dai «Trattati sulla prima Lettera di Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita» (cfr. 1 Gv 1, 1). Chi è che tocca con le mani il Verbo, se non perché «il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi?» (cfr. Gv 1, 14).

Il Verbo che si è fatto carne, per poter essere toccato con mano, cominciò ad essere carne dalla Vergine Maria; ma non cominciò allora ad essere Verbo, perché è detto: «Ciò che era fin da principio». Vedete se la lettera di Giovanni non conferma il suo vangelo, dove ora avete udito: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio» (Gv 1, 1).


Forse qualcuno prende l'espressione «Verbo della vita» come se fosse riferita a Cristo, ma non al corpo di Cristo toccato con mano. Ma fate attenzione a quel che si aggiunge: «La Vita si è fatta visibile» (1 Gv 1, 2). E' Cristo dunque il Verbo della vita.


E come si è fatta visibile? Esisteva fin dal principio, ma non si era ancora manifestata agli uomini; si era manifestata agli angeli ed era come loro cibo. Ma cosa dice la Scrittura? «L'uomo mangiò il pane degli angeli» (Sal 77, 25).

Dunque la vita stessa si è resa visibile nella carne; si è manifestata perché la cosa che può essere visibile solo al cuore diventasse visibile anche agli occhi e risanasse i cuori. Solo con il cuore infatti può essere visto il Verbo, la carne invece anche con gli occhi del corpo. Si verificava dunque anche la condizione per vedere il Verbo: il Verbo si è fatto carne, perché la potessimo vedere e fosse risanato in noi ciò che ci rende possibile vedere il Verbo.

Disse: «Noi rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile» (1 Gv 1, 2), ossia, si è resa visibile fra di noi; o meglio, si è manifestata a noi.

«Quello dunque che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi» (1 Gv 1, 3). Comprenda bene il vostro amore: «Quello che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi». Essi videro il Signore stesso presente nella carne e ascoltarono le parole dalla bocca del Signore e lo annunziarono a noi. Anche noi perciò abbiamo udito, ma non abbiamo visto.

Siamo dunque meno fortunati di coloro che hanno visto e udito? E come mai allora aggiunge: «Perché anche voi siate in comunione con noi»? (1 Gv 1, 3). Essi hanno visto, noi no eppure siamo in comunione, perché abbiamo una fede comune.

«La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia perfetta» (cfr. 1 Gv. 1, 3-4). Afferma la pienezza della gioia nella stessa comunione, nello stesso amore, nella stessa unità.




martedì 25 dicembre 2012

Buon Natale
























Expergiscere, homo: pro te Deus factus est homo.
Svegliati, uomo: per te Dio si è fatto uomo.
(Sant'Agostino, Serm. 185, 1)


domenica 4 novembre 2012

Preghiera a Sant'Agostino di Papa Giovanni Paolo II


O grande Agostino, nostro padre e maestro, conoscitore dei luminosi sentieri di Dio ed anche delle tortuose vie degli uomini, noi ammiriamo le meraviglie che la Grazia divina ha operato in te, rendendoti appassionato testimone della verità e del bene, a servizio dei fratelli.

All'inizio di un nuovo millennio segnato dalla croce di Cristo, insegnaci a leggere la storia nella luce della Provvidenza divina, che guida gli eventi verso l’incontro definitivo col Padre. Orientaci verso mete di pace, alimentando nel nostro cuore il tuo stesso anelito per quei valori sui quali è possibile costruire, con la forza che proviene da Dio, la “città” a misura dell'uomo.

La profonda dottrina, che con studio amoroso e paziente hai attinto alle sorgenti sempre vive della Scrittura, illumini quanti sono oggi tentati da alienanti miraggi. Ottieni loro il coraggio di intraprendere il cammino verso quell’ “uomo interiore” nel quale è in attesa Colui che, solo, può dare pace al nostro cuore inquieto.

Tanti nostri contemporanei sembrano aver smarrito la speranza di poter giungere, tra le molte contrastanti ideologie, alla verità, di cui tuttavia il loro intimo conserva la struggente nostalgia. Insegna loro a non desistere mai dalla ricerca, nella certezza che, alla fine, la loro fatica sarà premiata dall'incontro appagante con quella Verità suprema che è sorgente di ogni verità creata.

Infine, o Sant’Agostino, trasmetti anche a noi una scintilla di quell’ardente amore per la Chiesa, la Catholica madre dei santi, che ha sostenuto ed animato le fatiche del tuo lungo ministero. Fa’ che, camminando insieme sotto la guida dei legittimi Pastori, giungiamo alla gloria della Patria celeste, ove, con tutti i Beati, potremo unirci al cantico nuovo dell’alleluia senza fine. Amen.

(Papa Giovanni Paolo II)

 

Preghiera di Giovanni Paolo II in occasione del 1650° anniversario della nascita di
S. Agostino, da lui recitata l’11 novembre 2004 nella sua cappella privata in Vaticano davanti alle reliquie del Santo

 

 

mercoledì 10 ottobre 2012

Preziosa è la morte dei martiri. Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo


Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne.
Seconda lettera ai Corinzi, 4, 16-18
Le gesta gloriose dei santi martiri fanno rifiorire la Chiesa in ogni luogo. Perciò possiamo constatare con i nostri stessi occhi quanto sia vero ciò che abbiamo cantato: «Preziosa agli occhi del Signore é la morte dei suoi fedeli» (Sal 115, 15). Questa morte é preziosa ai nostri occhi e agli occhi di colui, per il cui nome venne affrontata. Ma il prezzo versato per queste morti é stato la morte di uno solo. Quante morti ha riscattato con la sua morte uno solo! Se quel solo non fosse morto, il chicco di frumento non si sarebbe moltiplicato. Avete sentito le parole che dice all’avvicinarsi della sua passione, cioé della nostra redenzione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»? (Gv 12, 24).

Sulla croce egli compì un’operazione di incalcolabile valore. Su di essa fu fatto il versamento per il nostro riscatto. La lanciata del soldato gli aprì il costato e da quella ferita sgorgò il prezzo di tutto il mondo. Con esso furono comprati i fedeli e i martiri, e il loro sangue é testimone che la loro fede era autentica. Essi restituirono ciò che era stato speso per loro, e misero in pratica quello che dice san Giovanni: Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (cfr. 1 Gv 3, 16). E in un altro passo troviamo scritto: Quando sei seduto a mangiare con un potente, considera bene che cosa hai davanti, perché bisogna che tu prepari altrettanto (cfr. Pro 23, 1-2)

Lauta é quella mensa dove il cibo é costituito dallo stesso padrone della mensa. Nessuno nutre gli invitati con la propria carne: questo lo fa solo Cristo Signore. Egli é colui che invita, egli é il cibo e la bevanda. Compresero bene i martiri che cosa avessero mangiato e bevuto, per rendere un tale contraccambio. Ma come avrebbero potuto rendere questo contraccambio, se egli, che sborsò per primo il prezzo, non avesse dato loro il mezzo per corrisponderlo? «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?». «Alzerò il calice della salvezza» (Sal 115, 12-13). Qual é questo calice? E’ il calice della passione, amaro, ma benefico: quel calice avrebbe causato terrore al malato, se il medico non l’avesse bevuto per primo. Questo calice é proprio la passione. Lo riconosciamo dalle parole stesse di Cristo, che dice: «Padre, se é possibile, passi da me questo calice» (Mt 26, 39). DI questo stesso calice i martiri hanno detto: «Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore» (Sal 115, 13).

Non temi dunque tu, o martire, nel momento della tua passione? Tu non temi e sta bene! Ma sai dirmi il perché «Perché invocherò il nome del Signore». Come potrebbero vincere i martiri, se non vincesse negli stessi martiri colui che ha detto: «Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo»? (Gv 16, 33). Il sovrano del cielo sosteneva il loro animo, guidava la loro lingua, sconfiggeva, per mezzo loro il demonio sulla terra, e li coronava martiri in cielo. O beati loro che bevvero questo calice! I dolori hanno avuto fine ed essi hanno conseguito la gloria.
 
 
San Gennaro, vescovo di Benevento e martire, che in tempo di persecuzione contro la fede, a Pozzuoli vicino a Napoli subì il martirio per Cristo.

 

domenica 7 ottobre 2012

“La Chiesa, come una vite, crescendo si è diffusa in ogni luogo.” – Sant’Agostino Vescovo

Vanno errando le mie pecore per tutti i monti e su ogni colle e sono disperse su tutta la faccia della terra (cfr. Ez 34, 6). Che significa disperdersi su tutta la faccia della terra? Seguire tutte le cose terrene, amare e avere a cuore tutto quello che alletta sulla faccia della terra.

Non vogliono morire di quella morte che renda la loro vita nascosta in Cristo.

«Su tutta la faccia della terra», perché amano i beni terreni e perché le pecore che si smarriscono sono sparse su tutta la faccia della terra. Si trovano in molti luoghi, sono figlie di un’unica madre, la superbia, all’opposto di tutti i veri cristiani diffusi in ogni angolo della terra e generati dall’unica madre che è la Chiesa cattolica.

Non c’è pertanto da meravigliarsi che, se la superbia genera la divisione, l’amore generi l’unità. Tuttavia la stessa madre Chiesa cattolica, e in essa lo stesso pastore, ricerca dovunque gli smarriti, rinfranca i deboli, cura i malati, fascia i feriti, prendendo gli uni di qui, gli altri di là, senza che si conoscano tra di loro. Ma essa ben li conosce tutti, perché si estende a tutti.

Essa è come una vite che, crescendo, si propaga in ogni parte; quelli invece sono tralci inutili recisi dal vignaiuolo per la loro sterilità, perché la vite resti potata, non già amputata. Dunque quei tralci sono rimasti là dove furono recisi.

La vite invece, spandendosi dovunque, conosce sia i tralci che le sono rimasti uniti, sia quelli che ne furono recisi, e sono rimasti lì vicino ad essa.

Ma tuttavia la Chiesa continua a richiamare chi si smarrisce, perché anche di questi rami tagliati l’Apostolo dice: «Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo» (Rm 11, 23). Sia dunque che si tratti di pecore erranti lontane dal gregge, sia che si tratti di rami recisi dalla vite, non per questo Dio è meno potente per ricondurre le pecore o per reinnestarle nella vite. Egli infatti è il sommo Pastore, egli è il vero agricoltore.

«Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno» tra quei cattivi pastori «va in cerca di loro e se ne cura» (Ez 34, 6). Non c’è, tra i pastori umani, chi le ricerchi.

Perciò, o pastori, ascoltate: Com’è vero che io vivo, dice il Signore Dio (cfr. Ez 34, 7). Vedete come comincia? È come un giuramento di Dio, prende la sua vita a testimonianza. «Come è vero che io vivo, dice il Signore». I pastori sono morti, ma le pecore sono al sicuro, c’è il Signore che vive. «Come è vero che io vivo, dice il Signore».

Ma quali pastori sono morti? Quelli che cercavano i propri interessi e non già gli interessi di Gesù Cristo.

Ma vi saranno dunque e si troveranno ancora dei pastori, che cercano non i loro interessi ma quelli di Gesù Cristo? Certamente ce ne saranno. Certamente se ne troveranno, perché non mancano, né mancheranno.

 

Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo

 

giovedì 13 settembre 2012

Sopporta un padrone spietato e malefico chi è schiavo di mammona,avvinto dalla propria passione si assoggetta al diavolo (S.Agostino)

L’inciso che segue: Nessuno può servire a due padroni,  è anche esso relativo alla suddetta intenzione e lo spiega di seguito con le parole: Infatti o odierà l’uno e amerà l’altro, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sono parole che si devono esaminare attentamente. Difatti di seguito espone chi siano i due padroni, quando afferma: Non potete servire Dio e mammona (Mt.6.24). Si dice che in ebraico la ricchezza si chiama mammona ( Cf. ORIGENE, fr. 129 in Mt.).S’accorda anche il termine cartaginese, poiché il guadagno in cartaginese è mammon. 

Ma chi è schiavo della mammona, è schiavo di colui che, a causa della sua perversità posto a capo delle cose terrene, è definito dal Signore principe di questo mondo   (Gv 12, 31; 14, 30). Dunque l’uomo o avrà in odio l’uno e amerà l’altro, cioè Dio, o sopporterà l’uno e disprezzerà l’altro. Sopporta un padrone spietato e malefico chi è schiavo della mammona. Infatti avvinto dalla propria passione si assoggetta al diavolo e non lo ama, perché nessuno ama il diavolo, ma lo sopporta.

Quindi, continua il Signore, vi dico di non avere ansietà per la vostra vita di quel che mangerete né per il corpo di quel che indosserete ( Mt 6, 25) affinché, anche se non si esigono più le cose superflue, il cuore non sia nella doppiezza per le necessarie e per procacciarsele si perverta la nostra intenzione. Questo affinché, quando compiamo qualche azione apparentemente per compassione, ossia quando vogliamo che appaia il nostro interesse per l’altro, con quell’azione non intendiamo piuttosto il nostro profitto che il giovamento dell’altro e che perciò ci sembra di non peccare, perché non sono superflui ma necessari i vantaggi che vogliamo conseguire. [Ma il Signore ci esorta a ricordare che Dio, per il fatto che ci ha creato e composto di anima e di corpo, ci ha dato molto di più di quel che sono il cibo e il vestito, perché non vuole che nella premura per essi noi guastiamo il cuore di doppiezza. La vita, dice egli, non vale forse più del cibo? affinché tu comprenda che chi ha dato la vita molto più facilmente darà il cibo; e il corpo più del vestito? (Mt 6,25), cioè vale di più, affinché tu  ugualmente comprenda che chi ha dato il corpo molto più facilmente darà il vestito].

Sant’ Agostino
Lc. 6,24-33
Liber 2 de sermone Domini in monte, cap.14



martedì 28 agosto 2012

Santa Monica. Il Papa: mai scoraggiarsi di fronte al rumore del male

Essere costanti nel bene nonostante le difficoltà e le incomprensioni: è l’insegnamento che il Papa trae da Santa Monica che aiutò il marito pagano a “scoprire la bellezza della fede” e tante lacrime e preghiere versò per la conversione del figlio, Agostino.

“Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il vescovo di Ippona aveva detto: È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto”. (Angelus, 30 agosto 2009).

Di fronte alla ribellione del figlio, Monica fu capace di vincere il chiasso del male col silenzio del bene:

“Quante difficoltà anche oggi nei rapporti familiari e quante mamme sono angustiate perché i figli s’avviano su strade sbagliate! Monica, donna saggia e solida nella fede, le invita a non scoraggiarsi, ma a perseverare nella missione di spose e di madri, mantenendo ferma la fiducia in Dio e aggrappandosi con perseveranza alla preghiera”. (Angelus, 27 agosto 2006)

Il Papa ricorda un celebre colloquio tra Santa Monica e Sant’Agostino a Ostia: davanti hanno solo il mare e il cielo e nel silenzio “toccano il cuore di Dio”. Mostrano così che nel cammino verso la Verità dobbiamo anche saper tacere e in quel silenzio “Dio può parlare”:

“Questo è vero sempre anche nel nostro tempo: a volte si ha una sorta di timore del silenzio, del raccoglimento, del pensare alle proprie azioni, al senso profondo della propria vita, spesso si preferisce vivere solo l’attimo fuggente, illudendosi che porti felicità duratura; si preferisce vivere, perché sembra più facile, con superficialità, senza pensare; si ha paura di cercare la Verità o forse si ha paura che la Verità ci trovi, ci afferri e cambi la vita, come è avvenuto per Sant’Agostino”. (Udienza generale, 25 agosto 2010)

Le reliquie di Santa Monica sono custodite a Roma, nella Basilica di Sant’Agostino. Sono state traslate da Ostia nel XV secolo, come spiega al microfono di Tiziana Campisi, padre Gianfranco Casagrande:

R. - Dopo la conversione di Sant’Agostino, madre e figlio da Milano vanno ad Ostia Tiberina per imbarcarsi per l’Africa; proprio durante l’attesa per l’imbarco Monica si ammala e muore. Il figlio Agostino chiede che sia sepolta in loco, come aveva chiesto anche la madre, accanto alla chiesa di Sant’Aurea di Ostia Antica. Poi, si deve passare subito al 1430 quando, per iniziativa di Papa Martino V, queste reliquie vengono prelevate dal sepolcro di Ostia Antica e, attraverso una processione fluviale lungo il Tevere, vengono portate a Roma nella chiesa dei Padri Agostiniani, che anticamente era quella di San Trifone in Posterula. Cinquant’anni dopo il cardinale Guillaume d'Estouteville, per onorare i meriti dell’ordine agostiniano, volle costruire una nuova grande chiesa dedicandola a Sant’Agostino, che inglobò la piccola chiesa di San Trifone. Il Vanvitelli successivamente - negli anni 1750/1760 - volle ulteriormente onorare le reliquie di Santa Monica collocandole in un sarcofago di marmo verde, prezioso, sotto l’altare che fu dedicato proprio a lei, oggi la cappella che si può visitare nella Basilica di Sant’Agostino.

D. - Quant’è vivo oggi il culto a Santa Monica nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio?

R. - Monica è invocata dalle mamme cristiane, a lei è dedicata anche un’associazione - Associazione delle Madri Cristiane - diffusa nel mondo ed in particolare in America, negli Stati Uniti ed in Canada. Ogni anno vengono inviate dall’America migliaia di lettere e tutte queste richieste vengono collocate accanto alla tomba: sono richieste che toccano fondamentalmente problemi che riguardano la famiglia, in fondo Santa Monica era una madre di famiglia. Quindi, si chiede a lei un’intercessione particolare presso Dio per l’unità della famiglia, la conversione dei figli, la liberazione della schiavitù della droga, del sesso, dell’alcolismo. Si richiede a Santa Monica anche la conversione del cuore, il ritorno ad una vita cristiana più dignitosa, la pace e la concordia tra le famiglie.

D. - Monica è stata circondata nel corso della sua vita da figure di uomini, possiamo dire, difficili: il marito anzitutto e poi il figlio Agostino; eppure è sempre riuscita a rapportarsi a queste persone in maniera singolare. Qual era il suo segreto?

R. - Lo svela proprio Sant’Agostino nelle Confessioni, dicendo che la madre, Monica, era una donna mite, dolce di carattere ma fortissima nella fede. C’è un’espressione molto bella, sintetica di Sant’Agostino, che noi quest’anno abbiamo messo sull’altare di Santa Monica, un’iscrizione fatta in ricamo antico del 700: “In omnibus caritas”, cioè “In ogni situazione prevalga sempre la carità, l’amore”. Monica ha fatto proprio questo e lo ha espresso anche con Sant’Agostino, e credo che questa sia stata la forza trainante della fede di Monica, che assomiglia tantissimo alla fede di tante e tante donne cristiane che in silenzio soffrono, portano il peso anche del matrimonio, il peso alle volte di mariti che tradiscono o di figli che scelgono la strada sbagliata, ma non desistono dalla preghiera, dall’intercessione, dall’offerta del sacrificio quotidiano. Credo che Dio ascolti subito, anche se la sua risposta non è immediata, ma Dio risponde quando vede una donna che soffre, che piange e che intercede per la salvezza eterna dei propri familiari.

D. - Dunque, Monica è ancora un esempio per le donne di oggi?

R. - Io credo di sì. Tantissime donne vedono ancora questa donna come una madre a cui parlare e con cui dialogare, con cui sfogarsi e a cui svelare anche certi segreti.


Radio Vaticana


martedì 31 luglio 2012

La manna nel deserto immagine della mensa eucaristica - Sant' Agostino

La raccolta della manna
Tintoretto
Chiesa di San Giorgio, Venezia
Io sono - dice - il pane della vita. Di che cosa si vantavano i Giudei? I padri vostri - prosegue il Signore - nel deserto mangiarono la manna e sono morti (Gv 6, 48-49). Di che cosa vi vantate? Mangiarono la manna e sono morti. Perché, mangiarono e sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. E per questo sono vostri padri, perché voi siete simili a loro. Dobbiamo intendere, o miei fratelli, che per quanto riguarda questa morte visibile e corporale, noi non moriremo se mangiamo il pane che discende dal cielo? No, per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli.
Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c'insegna a temere, di cui sono morti i padri di costoro, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l'intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento.
Quanti si accostano all'altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E' di questi che parla l'Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11,29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com'era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all'altare l'innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali. Prima di accostarvi all'altare, badate a quello che dite: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12). Perdona e ti sarà perdonato: accostati con fiducia, è pane, non è veleno. [ Ma perdona sinceramente: perché se non perdoni sinceramente, mentisci, e mentisci a colui che non puoi ingannare. Puoi mentire a Dio, ma non puoi ingannarlo. Egli sa come stanno le cose. Egli ti vede dentro, dentro ti esamina, ti guarda e ti giudica, ti condanna o ti assolve. I padri di quei Giudei erano padri malvagi di figli malvagi, padri infedeli di figli infedeli, mormoratori e padri di mormoratori. E' stato infatti detto di quel popolo che in nessuna cosa abbia offeso tanto il Signore, quanto mormorando contro di lui. Per questo, volendo Gesù far risaltare che essi erano degni figli di tali padri, esordisce: Cosa mormorate tra voi (Gv 6, 43), mormoratori, figli di mormoratori? I vostri padri mangiarono la manna e morirono; non perché la manna fosse cattiva, ma perché la mangiarono con animo cattivo.]

 S.AGOSTINO, Gv.6,56-59
 Tractatus 26 in Joannem, circa medium

giovedì 21 giugno 2012

Ridicole credenze manichee

"Ignaro di tutto ciò, io deridevo i tuoi santi servi e profeti; e cosa ottenevo con la mia derisione se non la tua derisione? Poco alla volta, ma percettibilmente, mi ero lasciato indurre a credere scempiaggini come queste: che il fico, quando viene colto, si mette a piangere lacrime di latte, e così pure sua madre la pianta; se però mangia il fico, da altri naturalment...e, e non da lui, delittuosamente colto, un santone, da quel fico egli impasta nelle viscere e fra i gemiti dell'orazione erutta degli angeli, che dico, delle particelle addirittura di Dio, particelle del sommo e vero Dio, che sarebbero rimaste prigioniere nel frutto, se il dente e il ventre dell'eletto santone non le avessero liberate. Ed io, misero, ho creduto doveroso usare maggior misericordia verso i frutti della terra, che verso gli uomini, a cui sono destinati. Se un affamato non manicheo avesse chiesto di che sfamarsi, un boccone a lui offerto sembrava sufficiente per essere condannati al supplizio capitale."

(Sant'Agostino, le Confessioni)

giovedì 14 giugno 2012

Il Signore ci offre il suo corpo e il suo sangue, attraverso elementi dove la molteplicità confluisce nell'unità - Sant'Agostino

La disputa del Sacramento
Raffaello, Roma, Musei Vaticani

 [Poiché la mia carne è un vero cibo e il mio sangue vera bevanda (Gv. 6,56)].

Quello che gli uomini bramano mediante il cibo e la bevanda, il saziare la fame e la sete, non lo trovano pienamente se non in questo cibo e in questa bevanda, che rendono immortali e incorruttibili coloro che se ne nutrono, facendone la società dei santi, dove sarà la pace e l'unità piena e perfetta. E' per questo che, come prima di noi hanno capito gli uomini di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo ci offre il suo corpo e il suo sangue, attraverso elementi dove la molteplicità confluisce nell'unità. Il pane, infatti, si fa con molti chicchi di frumento macinati insieme, e il vino con molti acini d'uva spremuti insieme. Finalmente il Signore spiega come avvenga ciò di cui parla, e in che consista mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui (Gv 6, 57). Mangiare questo cibo e bere questa bevanda, vuol dire dimorare in Cristo e avere Cristo sempre in noi. Colui invece che non dimora in Cristo, e nel quale Cristo non dimora, né mangia la sua carne né beve il suo sangue, ma mangia e beve a propria condanna un così sublime sacramento, essendosi accostato col cuore immondo ai misteri di Cristo, che sono ricevuti degnamente solo da chi è puro; come quelli di cui è detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8).

Se intendiamo bene le sue parole, Gesù disse: Come il Padre, il Vivente, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così chi mangia di me vivrà per me (Gv 6,58) volendo farci intendere questo: affinché io potessi vivere per il Padre, orientando verso di lui, che è più grande di me, tutta la mia esistenza, fu necessario il mio annientamento, per il quale egli mi ha mandato; a sua volta se uno vuol vivere per me, è necessario che entri in comunione con me mangiando di me; e come io, umiliato, vivo per il Padre, così egli, elevato, vive per me. Se dice Io vivo per il Padre, nel senso che il Figlio viene dal Padre e non il Padre da lui, lo può dire senza compromettere in alcun modo l'uguaglianza sua col Padre. Tuttavia, dicendo così anche chi mangia di me vivrà per me, non vuole indicare una sua uguaglianza con noi, ma vuole mostrare la sua grazia di mediatore.

(Sant'Agostino)

Gv.6,56-59,Tractatus 26 in Joannem, sub finem