domenica 22 giugno 2014

Una domenica per riflettere su chi è Dio - Paolo Curtaz

Una domenica per riflettere su cosa facciamo ogni domenica.
Abbiamo bisogno di molto Spirito Santo per capire, per non banalizzare, per lasciarci convertire. Molto.
Perché il cuore della presenza di Cristo, quella doppia mensa della Parola e dell’eucarestia, l’incontro gioioso col risorto che faceva dire ai primi martiri di Abitene: non possiamo non celebrare il giorno del Signore, l’inizio della settimana, il pane del cammino, la cena del Signore ripetuta con fedeltà in obbedienza dai primi secoli, oggi è diventata, quando va bene, stanca abitudine, reiterata cerimonia, perdendo il senso dell’incontro con Dio, la consapevolezza dell’immensa fortuna che abbiamo nell’avere in mezzo a noi la presenza stessa del Signore che si fa pane spezzato, che si dona.
Cosa ci è successo? Perché è così difficile partecipare ad una celebrazione in cui si respiri la fede? Perché i nostri preti, invece di parlare della Parola, ci inondano di inutili parole e di astratti concetti teologici, o giocano a fare gli intrattenitori simpaticoni? Perché le persone che abbiamo intorno, troppo spesso, sono solo degli anonimi spettatori con i quali non abbiamo nulla da spartire?
Oggi è giorno per tornare all’essenziale, per ridire la fede della Chiesa: noi crediamo nella presenza di Cristo in mezzo alla sua comunità, nel segno efficace dell’eucarestia, nella Parola che riecheggia nei nostri cuori.
Un altro cibo
Un altro cibo è stato dato al popolo in fuga dall’Egitto. Un cibo che non aveva più nulla a che vedere con le cipolle degli egiziani. Un cibo inatteso e misterioso che il popolo riconosce come donato direttamente da Dio.
Abbiamo bisogno di nutrirci. Di cibo, ovvio, ma anche di affetto, di luce, di senso, di felicità.
E questo cibo manca: quante persone muoiono per inedia spirituale! Si spengono interiormente!
Manca il cibo che ci permette di camminare, di capire il grande mistero che resta l’esistenza di ognuno di noi!
È Dio che ci dona il pane del cammino verso la pienezza, verso l’eternità, verso la luce.
È Dio che si fa pane.
Un pane capace di renderci uniti.

Paolo a Corinto
È una comunità vivace, quella di Corinto, ma anche molto rissosa.
Persone di carattere diverso, di condizione sociale diversa faticano, dopo avere incontrato il Signore, a trovare sufficienti ragioni per costruire comunione. Proprio come accade oggi, quando la Chiesa italiana, troppo spesso, da l’impressione di un’appartenenza esteriore, di una crescente rissosità (politica, anzitutto), di una contrapposizione fra esperienze diverse, fra entusiasti e prudenti, fra conservatori ed innovatori. 
Fatevi un giro su Internet o partecipate a un pranzo fra preti per accorgervi, purtroppo, che anche fra cristiani si alzano i toni, si assegnano patentini di ortodossia, si difendono papi o Concili, riti o leader carismatici.
E Paolo ha una felice intuizione: se ci frammentiamo così tanto, prendiamo il frammento che ci unisce.
Il pane spezzato riporta all’unità, all’essenziale, al centro.
Siamo cristiani perché Cristo ci ha chiamato, ci ha scelto. La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi che pregano Dio, ma la comunità dei diversi radunati nell’unico.
L’eucarestia, allora, diventa il catalizzatore dell’unità.

Corpo e sangue
Nell’impegnativo discorso fatto da Gesù dopo la moltiplicazione dei pani in Giovanni, Gesù parla esplicitamente della sua carne da mangiare e del suo sangue da bere. Discorso scandaloso, incomprensibile, che pure preannuncia il gesto che, da lì a qualche tempo, compirà come ultimo dono fatto alla comunità.
In Israele la carne è segno della debolezza e della fragilità umana: non dobbiamo scandalizzarci per la povertà delle nostre comunità, per la pochezza del vangelo così come viene vissuto dai cristiani. Il Verbo si fa carne, si consegna alle mani di un povero prete.
In Israele il sangue porta la vita, è impensabile cibarsi di animali soffocati nel proprio sangue. Gesù chiede ai discepoli di condividere la sua stessa vita.

Ecco cos’è l’eucarestia.
Non è un problema di lingua o di rito, ma di fede.
Certo: sarebbe cento volte meglio se le nostre assemblee fossero più accoglienti, cantassero canti più belli e intonati, e se le nostre chiese fossero davvero luoghi ospitali che invitano ad alzare lo sguardo.
Ma è inutile illudersi: quello che ancora manca alle nostre liturgie è la certezza che il Signore si rende presente.
Manca la fede.

Paolo Curtaz


giovedì 19 giugno 2014

IN SOLEMNITATE SACRATISSIMI CORPORIS CHRISTI

SEQVENTIA

Lauda, Sion, salvatorem,
Lauda ducem et pastorem
In hymnis et canticis.

Quantum potes, tantum aude,
Quia maior omni laude,
Nec laudare sufficis.

Laudis thema specialis,
Panis vivus et vitalis
Hodie proponitur.

Quem in sacræ mensa cœnæ
Turbæ fratrum duodenæ
Datum non ambigitur.

Sit laus plena, sit sonora ;
Sit iucunda, sit decora
Mentis iubilatio.

Dies enim solemnis agitur
In qua mensæ prima recolitur
Huius institutio.

In hac mensa novi regis,
Novum pascha novæ legis
Phase vetus terminat.

Vetustatem novitas,
Umbram fugat veritas,
Noctem lux eliminat.

Quod in coena Christus gessit
Faciendum hoc expressit
In sui memoriam.

Docti sacris institutis,
Panem, vinum in salutis
Consecramus hostiam.

Dogma datur christianis
Quod in carnem transit panis
Et vinum in sanguinem.

Quod non capis, quod non vides
Animosa firmat fides
Præter rerum ordinem.

Sub diversis speciebus,
Signis tantum et non rebus,
Latent res eximiae.

Caro cibus, sanguis potus,
Manet tamen christus totus
Sub utraque specie.

A sumente non concisus,
Non confractus, non divisus,
Integer accipitur.

Sumit unus, sumunt mille,
Quantum isti tantum ille,
Nec sumptus consumitur.

Sumunt boni, sumunt mali,
Sorte tamen inaequali
Vitæ vel interitus.

Mors est malis, vita bonis :
Vide paris sumptionis
Quam sit dispar exitus.

Fracto demum sacramento,
Ne vacilles, sed memento
Tantum esse sub fragmento
Quantum toto tegitur.

Nulla rei fit scissura,
Signi tantum fit fractura
Qua nec status nec statura
Signati minuitur.

Ecce panis angelorum
Factus cibus viatorum,
Vere panis filiorum
Non mittendus canibus.

In figuris præsignatur,
Cum Isaac immolatur,
Agnus paschæ deputatur,
Datur manna patribus.

Bone pastor, panis vere,
Iesu nostri miserere,
Tu nos pasce, nos tuere,
Tu nos bona fac videre
In terra viventium.

Tu qui cuncta scis et vales
Qui nos pascis hic mortales,
Tuos ibi commensales,
Coheredes et sodales
Fac sanctorum civium.
Amen.



mercoledì 18 giugno 2014

NEL SEGRETO - Don Divo Barsotti

“Ma tu…prega il Padre nel segreto….quando digiuni…”
Che strane attività ci chiedi, Signore!
Del tutto inutili.
Per la vita quotidiana.
Pregare e digiunare: per farlo, bisogna credere.
Per farlo, bisogna nascondersi.
Attività improduttive, ma solo per Te.
Solo davanti ai tuoi occhi che vedono nel segreto.
E’ bello avere un segreto con Dio.
Una vita segreta.
Quella di chi è in tutto simile agli altri.
Ma ha nel cuore, un rapporto personale.
Prima ancora e più ancora che con gli altri.
Con Te.
Che scegli i tuoi amici.
Anzitutto perché stiano con te
Perché il loro cuore,
sia stanza segreta.
In cui sempre poter stare , solo con Te.
E gli dai una vita nuova, parallela ad ogni attività.
In ogni gesto, pregare.
Cioè parlarti di ogni cosa.
In ogni gesto, digiunare.
Cioè avere il cuore libero, altrove, mai sazio, sempre un po’ digiuno.
Per piccoli ritardi, attese, spazi solo tuoi.
Che segreto importante. Che vocazione speciale.
Che, in effetti, solo Tu puoi capire!
"Oggi è stata fatta un'inversione pericolosa: si parla dell'amore del prossimo, ma non si parla dell'amore di Dio….. Dio è come sparito dall'orizzonte della vita umana. Se è presente, è presente soltanto per insegnare ad operare la giustizia, per servire meglio i fratelli. Se il cristianesimo consiste nel servire i fratelli, non di capisce perchè si debba andare in Paradiso, visto che in Paradiso non ci sono più fratelli da servire".

(Don Divo Barsotti)





“I Cristiani…vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita … indubbiamente paradossale. . Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri.
Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera,,,. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. . Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. …
Sono uccisi, e riprendono a vivere. . Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. . . Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio.” ( Lettera a Diogneto)

martedì 17 giugno 2014

L’Invidia - Rev. P. de L Munoz

"L'invidia è la tristezza che si prova di fronte al successo di un altro" (S. Basilio Magno).

Una delle caratteristiche dell'invidia è la tristezza. L'invidia è un male che non ha consolazione. L'invidia è molto diffusa nel mondo intero. A cominciare dal "riga­re" una macchina nuova per dare una sec­catura al suo proprietario, diffamare un altro perché "ci fa ombra", fino a com­mettere dei crimini "passionali"... tutto è invidia. Invidia che la pubblicità, i films, la televisione e le riviste "sordide" (inten­do quelle "di classe") si impegnano a suscitare ed alimentare.

I paesi democratici del mondo intero hanno apostatato Cristo e hanno fatto, posto al diavolo che ha seminato la zizza­nia dell'invidia e instaurato il regno della menzogna. Ecco perché ci sono tanti menzogneri, cioè "figli del diavolo", "la verità non è in lui, e quando dice la men­zogna, parla di una qualità che è sua, perché e' bugiardo per natura e padre di quella" ( Giov.,8,44).

E come dice il proverbio spagnolo: "Se l'invidia fosse tigna, quanti tignosi ci sarebbero !"...

"L'invidia - dice Frate Luigi da Granada - è tristezza del bene altrui e dispiacere della felicità degli altri; cioè: tristezza di fronte a coloro che sono più grandi, per­ché l'invidioso vede che non li può egua­gliare; di fronte a coloro che sono più piccoli, perché sono uguali a lui; dei suoi pari, perché rivaleggiano con lui". 

I SUOI EFFETTI

Sono disastrosi. E' forse il vizio che tor­menta maggiormente l'anima ed il corpo. "Gli invidiosi portano nei loro pensieri e nei loro sensi quasi dei carnefici che stra­ziano con torture interiori e affondano i loro artigli malvagi nell'intimo del loro cuore" (San Cipriano, De capt. 4).

Gli antichi hanno personificato l'invidia coi tratti di una donna livida e cadaverica che, preoccupata, guarda ovunque intorno a sé, ha i denti gialli e la lingua piena di veleno. Ella si nutre di fiele e reca un ser­pente che le rode continuamente il seno. Non dorme e non ride mai ed è sempre addolorata.

Nella società, l'invidia suscita odi fra gli uni e gli altri, spinge alla ricerca smodata delle ricchezze e degli onori, semina divi­sioni tra le famiglie.

Nell'individuo, l'invidia produce degli effetti disastrosi che Frate Luigi da Granada enumera così: "L'invidia brucia il cuore, inaridisce la carne, spossa l'in­telletto, toglie la pace alla coscienza, rat­trista i giorni della vita ed esilia dall'a­nima ogni soddisfazione ed ogni gioia". 

L'INVIDIA E' UN PECCATO

E' uno dei sette peccati capitali e per natura - dice San Tommaso - è un pecca­to mortale perché " si oppone direttamen­te alla carità, che è il comandamento nuovo che ci ha dato Gesù Cristo: "Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amato, così amatevi reciprocamente" (Giovanni, 13,34).

Molto spesso, è un peccato veniale a causa della piccolezza della materia (quando riguarda cose insignificanti) o per avvertenza incompleta.

Il peccato d'invidia è tanto più grave quanto maggiore è il bene che invidiamo. Così l'invidia dei beni spirituali del pros­simo, la tristezza di fronte ai progressi nella virtù, o ai suoi trionfi nell'apostola­to, si trova ad essere un peccato contro lo Spirito Santo che San Tommaso (2.2,9,36, 4 a 2) definisce molto grave "che qualcuno soffra perché il prossimo cresce nella grazia di Dio è un peccato molto grave". E' per questo che il grande teologo spagnolo Melchior Cano (Dell'invidia) chiama, questa specie d'in­vidia "diabolica" e si arrischia a dire che è forse il più grave di tutti i peccati contro lo Spirito Santo: "Quest'invidia si mani­festa quando l'uomo soffre nel vedere nei suoi fratelli i doni e le grazie divine, oppure perché egli ne è privo e non vor­rebbe vedere in un altro il bene che lui non ha in sé, oppure perché pensa che, essendo gli altri dotati di virtù e di eleva­tezza... perderà qualcosa della stima che, secondo lui, gli è dovuta; e questo è uno dei peccati contro lo Spirito Santo, e per disgrazia il più grave di tutti".

L'invidia è figlia della superbia e, a sua volta, genera dei peccati peggiori di lei, come gelosie, menzogne, critiche, calun­nie, gli odi, i crimini e assassinii.

S. Agostino dice (Trattato in Joan.) "quando la superbia s'impadronisce di un servo di Dio, subito accorre l'invidia. L'orgoglioso non può fare a meno di esse­re invidioso. Perché l'invidia è figlia del­l'orgoglio e questa madre non conosce la sterilità; appena nata essa già partori­sce". Perciò Bossuet (Med. sull'invidia) scriveva: "L'invidia è l'effetto oscuro e segreto di un orgoglio suscettibile che si sente sminuito o eclissato dal più piccolo bagliore altrui e che non può sopportare la luce più debole. E' il veleno più pericoloso dell'amor proprio, che comincia col con­sumare se stesso, lo vomita sugli altri e lo conduce alle intenzioni più malvagie".

Il primo peccato commesso nel mondo fu per invidia. Il diavolo infatti fu invidioso della felicità dei nostri progenitori, e tentò Eva per condurre alla rovina il genere umano. Per invidia Caino uccise Abele, Esaù perseguitò Giacobbe; il re Achaz uccise Nabot; Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli; il Faraone fece gettare nel Nilo tutti i bambini nati dagli Ebrei, e Saul cercò di uccidere Davide.

L'invidia è un vizio tanto più brutto quan­to più l'invidioso si sforza di nasconderlo agli altri. Talvolta molte frasi come "se dicessi quello che so di tal persona", "se potessi parlare di ciò che mi è stato detto di tal altra", "quella persona è buona, ma voi non sapete quel che so io", ecc. sono l'espressione di un'anima invidiosa e fanno più male della stessa calunnia, perché stimolano l'immaginazione degli altri, facendo congetturare cose più gravi di quanto non siano realmente. L'invidioso vede dei difetti in tutto e in tutti, e li ingrandisce enormemente.

A volte e come lezione per gli altri, Dio ha punito gli invidiosi in questa vita. Nella vita di Santa Isabella del Portogallo c'è un caso che fa rabbrividire. Ella aveva due paggi, uno molto buono e pio e la Regina lo teneva in gran stima. Questo suscitò l'invidia dell'altro che lo calunniò davanti al Re Dionigi, sposo della Santa. La gelosia s'impadronì del monarca che ordì un piano perfido. Si recò nel bosco dove si trovava un forno per calce e disse ai suoi operai di gettare nel fuoco il gio­vane che avrebbe mandato l'indomani mattina. All'alba, il re chiamò il paggio pio e gli disse: va' nel bosco e di' agli operai di fare ciò che ho ordinato loro". Il paggio innocente partì e per strada, sentì una campana che suonava per la Messa. Si diresse verso la chiesa, felice di assistere al Santo Sacrificio e servì la Messa. Poi restò un momento a fare il rin­graziamento e riprese il cammino. Nel frattempo il re, spazientito dal non riceve­re notizie del primo paggio, mandò il secondo che, giunto al forno, fu precipita­to nel fuoco ove morì bruciato. Poco dopo arrivò il buon paggio e domandando se avessero fatto ciò che il re aveva ordinato loro, questi gli risposero che l'ordine era stato eseguito. Dio punì in tal modo l'in­vidioso le cui calunnie avevano avvelena­to il cuore del re contro la propria sposa. Quando s'impossessa di un cuore, l'invi­dia giunge a far commettere delle ingiu­stizie e non ha pace finché non diffami la persona invidiata. Frate Luigi da Leòn fu accusato ingiustamente di fronte all'Inquisizione, per invidia, e fu impri­gionato per quattro anni. Uscendo di pri­gione, lasciò scritti sui muri questi versi che sono diventati immortali: "Qui l'invidia e la menzogna m'han tenuto prigioniero; felice l'umile stato del saggio che si ritira da questo mondo cattivo, e con una povera casa, povera tavola, nella campagna deliziosa sol su Dio prende misura, e passa la sua vita in solitudine né invidiato, né invidioso". 
L'invidia conduce addirittura a risvegliare i più bassi istinti di vendetta e di crudeltà, come nel caso della sposa del re Leovigildo, chiamata Gosvinta, entrambi ariani; ella vedeva che sua nuora Ingonda, sposa di S. Ermenegildo, a corte era la prima persona, per la sua giovinezza e la sua bellezza. 
Oltre ad essere affascinante, Ingonda era una cattolica fervente. L'invidia s'impossessò di Gosvinta che volle costringerla a ribattezzarsi, per farla diventare ariana - cosa che Ingonda rifiu­tò energicamente. Gosvinta si precipitò su di lei, l'afferrò per i capelli, la gettò a terra, colpendola crudelmente fino a farla sanguinare. Poi ordinò che fosse gettata svestita in una piscina ariana. 
Ma Ingonda restò inamovibile, come una roccia, nel suo credo... Anche S. Ermengildo, suo sposo, morì martire per la stessa Fede cat­tolica, a causa di suo padre Leovigildo, istigato da sua moglie e dagli ariani. 
Ma il suo sangue produsse dei frutti, suo padre si convertì in punto di morte. Poi Recaredo, fratello del martire, abiurò l'a­rianesimo e abbracciò la Fede cattolica e tutta la Spagna con lui.

Infine, l'invidia ha causato il più grande peccato che sia esistito ed esisterà al mondo: il Deicidio. 
Perché i Giudei ucci­sero Cristo per invidia, poiché vedevano che tutto il popolo lo seguiva: "i grandi sacerdoti ed i farisei convocarono il Sinedrio e dissero: Che faremo? 
Poiché quest'Uomo compie molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui ed i Romani verranno e manderanno in rovi­na la nostra città e la nostra nazione" (Giovanni, 11,47-48). Per strappare a Pilato la condanna a morte, lo accusaro­no: "sobillava il popolo, proibiva di pagare il tributo a Cesare, e diceva di essere il Messia, il Re" (Luca, 23,2). Pilato si rese conto dell'innocenza di Cristo, che erano tutte calunnie e menzo­gne "perché sapeva che i grandi sacerdo­ti glielo avevano consegnato per invidia" (Marco,15,10), ma davanti alle pressioni e alle minacce dei Giudei, fu debole e condannò ingiustamente Cristo. 
Quindi, fu l'invidia che spinse questi cuori malva­gi a commettere il crimine più grande della storia. 

I SUOI RIMEDI

l. Venerare la sovranità di Dio, che dis­tribuisce liberamente i suoi beni a chi vuole e come vuole.

2. La carità fraterna, che san Paolo sinte­tizza in una frase: "Gioire con coloro che sono nella gioia e piangere con coloro che piangono" (Romani, 12.15). L'invidioso fa il contrario "Gioisce quando gli altri piangono e piange quando gli altri gioiscono".

3. L'umiltà, come ci insegnano i santi, perché essa attira la grazia di Dio su di loro e converte gli invidiosi. In una certa occasione, un sacerdote invidio­so ebbe l'audacia di dire al santo Curato d'Ars: "Quando si sono fatti degli studi così scarsi come i vostri, si dovrebbe tremare sedendosi nel con­fessionale". A ciò il Curato d'Ars rispose con semplicità: "E' proprio vero!". In un'altra occasione un grup­po di sacerdoti scrisse al vescovo riguardo al pericolo che presentivano vedendo le persone andare a consulta­re "un ignorante come il Curato d'Ars". Uno di essi osò mostrare la lettera al Santo, con le firme, dicendo­gli: "Ve la lascio affinché possiate leg­gerla, poi verrò a riprenderla". Quando tornò, fu stupito di vedere che il santo Curato d'Ars aveva apposto anche la sua firma. Per mezzo dell'u­miltà di san Giovanni Maria Vianney, Dio aveva mostrato loro la strada per sconfiggere la loro invidia. Che la Santa Vergine ci liberi dall'essere invidiosi! 

Con la mia benedizione sacer­dotale. 

Rev. P. de L Munoz



lunedì 16 giugno 2014

Il Cuore Immacolato di Maria - Catechesi di Padre Amorth

La devozione al Cuore di Maria richiede purezza d’animo ed è fonte inesauribile di vita interiore.
Nella Bibbia il cuore esprime il compendio di tutta la vita interiore dell’uomo, per cui spesso Dio si rivolge al cuore per agire in profondità su tutta la persona; e quando, con il profeta Ezechiele, promette di dare un cuore nuovo, indica una totale conversione a lui, da parte del suo popolo che si era completamente sbandato. Perciò, parlare del cuore di Maria significa penetrare in tutta la sua interiorità, nel suo rapporto con Dio e con gli uomini. 
La frase ripetuta da Luca, che Maria “custodiva tutto nel suo cuore” [cfr. Lc 2, 51] fa diretta menzione del cuore della Vergine; ma è solo un avvio iniziale di tutto uno sviluppo che è andato crescendo lungo i secoli e che è esploso soprattutto negli ultimi tempi. La riflessione patristica sul cuore di Maria ha insistito, specie con Agostino, nel vedere in esso “lo scrigno di tutti i misteri”, in particolare del mistero dell’Incarnazione, giungendo all’affermazione che “Maria ha concepito nel cuore prima che nel grembo“.
Sempre più nel Medioevo si è sviluppata la devozione al cuore di Maria che più tardi, con San Giovanni Eudes [1680], acquisterà una rigorosa spiegazione teologica e riceverà ufficialmente un culto liturgico. Da qui ebbero impulso gli sviluppi più recenti, che possiamo individuare in tre avvenimenti:
1. Nel 1830, quando la Vergine apparve a Santa Caterina Labouré, chiedendole di far coniare quella “medaglia miracolosa” che si diffuse in tutto mondo in milioni di esemplari, fece riprodurre nel retro i due cuori di Gesù e di Maria, abbinandoli nella devozione dei fedeli.
2. Un secondo avvenimento significativo fu la ripercussione in campo mariano che si ebbe quando, a cavallo tra i secoli XIX e XX, Leone XIII consacrò il mondo al Sacro Cuore di Gesù. Si pensava già allora che fosse maturo il tempo per procedere anche alla consacrazione al Cuore di Maria, dal momento che il Signore ha voluto associare la Vergine Madre a tutta l’opera di Salvezza.
 [Non si arrivò a questa realizzazione, ma si ottenne ugualmente un impulso alla devozione al Cuore di Maria e agli studi su tale devozione].
3. Non c’è dubbio che lo sviluppo maggiore si ebbe con le Apparizioni della Madonna a Fatima, nel 1917. 
Si può anzi dire che, come per la devozione al Sacro Cuore di Gesù furono di grande sprone le Apparizioni del Signore a Santa Margherita Maria Alacoque, così le Apparizioni ai tre Pastorelli di Fatima diedero un impulso decisivo alla devozione al Cuore di Maria. Da notare che già dal 1854, ossia dalla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, si incominciò a diffondere l’espressione “Cuore Immacolato di Maria”: cioè, “Cuore dell’Immacolata”.
 E proprio a Fatima, nell’Apparizione del 13 Giugno 1917, la Vergine disse: “Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Quindi chiese che al suo Cuore Immacolato venisse consacrata la Russia. 
“Beati i puri di cuore” Qual è il valore di questa devozione, diretta soprattutto a invocare l’intercessione di Maria su di noi?
Nella storia delle Scuole di Spiritualità, la devozione al Cuore di Maria si è dimostrata una fonte inesauribile di vita interiore, poiché da una parte il Cuore della Vergine comprende tutto il suo mistero di grazia e di amore per Dio e per l’umanità, dall’altra non possiamo passare sotto silenzio quei richiami con i quali la Vergine stessa ha voluto indicarci questa specifica devozione: basti pensare a Fatima. Allora, guardando al Cuore Immacolato di Maria, non c’è solo un’attrattiva che spinge alla fiducia; ci deve essere anche una disponibilità all’imitazione, ad aprirsi a Dio con tutto il cuore, a seguire gli ammonimenti materni di Maria. Del resto, un’autentica devozione al Cuore Immacolato di Maria richiede purezza di cuore, secondo l’insegnamento delle Beatitudini evangeliche: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!” [Mt 5, 8].
Gabriele Amorth

Catechesi di Padre Amorth tratta dalla rivista “Madre di Dio”



"Ma Io vi dico di non opporvi al malvagio". - Padre Giulio Maria Scozzaro

Gesù parla di un atteggiamento privo di vendetta, non può il cristiano agire come i mondani che seguono la legge del taglione.

In questa fase della sua missione Gesù era impegnato a formare gli Apostoli, non si preoccupava solo delle istruzioni, trovava il tempo anche per questo.

La loro formazione era molto importante, li aveva scelti per proseguire la sua identica missione e il lavoro spirituale era maggiormente impegnativo.

In questo Vangelo Gesù disegna la fisionomia morale del cittadino del Regno dei Cieli.

Espone tutti i gradini della scala che giunge alla vetta della santità.

Sicuramente il discepolo del Signore verrà a contatto quotidianamente con i malvagi, il suo agire nei loro confronti dovrà differenziarsi e mostrare una piena diversità rispetto alla mentalità del mondo.

Questo passaggio è delicato e non tutti riescono ad agire con pazienza e bontà dinanzi a soprusi e cattiverie.

Gesù parla di un atteggiamento privo di vendetta, non può il cristiano agire come i mondani che seguono la legge del taglione.

Il Signore attorniato dai suoi discepoli introduce l'insegnamento con questa famosa introduzione: "Avete inteso che fu detto".

Rimanda a tempi antichi, quando la vendetta era molto spesso sproporzionata al danno subito e per porre un limite e un rimedio alle violenze eccessive si ricorse ad un utilizzo equanime: “Occhio per occhio” e “dente per dente”.

Detto ciò, Gesù passa ad elencare alcuni comportamenti che hanno sconvolto i discepoli, insegnamenti innovativi rispetto alle antiche Scritture e un po’ leggeri da un punto di vista sociale.

Prima Gesù presenta una regola pesante che non dovranno mai dimenticare: "Ma Io vi dico di non opporvi al malvagio", ed è la continuazione dell'introduzione di sopra.

"Avete inteso che fu detto… Ma Io vi dico di non opporvi al malvagio".

Una frase che ha scosso i presenti e continua ad arrecare un po’ di malessere a quanti si sentono animati e agitati interiormente da pensieri vendicativi. L'agitazione arriva dal ricordo di essere state vittime dei cattivi, ed è umanamente comprensibile il desiderio di far provare ai mascalzoni le stesse sensazioni, paure e umiliazioni provate forse per lungo tempo.

Gesù però ci chiama ad un altro comportamento.

"Ma Io vi dico di non opporvi al malvagio".

Non dice solo questo, va oltre ed elenca alcuni comportamenti da assumere dinanzi ai malvagi.

Solo le anime forti e quelle animate da una buona Fede riescono a praticare gli insegnamenti che andiamo a meditare.

"Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra".

Gesù indica una specie di resistenza passiva, che non è vendetta né pusillanimità.

È preferibile sopportare un'offesa che ricambiarla, così Gesù spiega come si porge l'altra guancia.

Significa presentare ai malvagi un altro aspetto che non conoscono, ed è la bontà.

L'altra guancia da presentare è l'amore che compatisce e perdona.

Gli altri esempi che dice Gesù indicano la disponibilità a saper perdere qualcosa, anche un po’ di tempo, per dare una forte testimonianza.

In sintesi, Gesù oggi ci spiega l'amore per i nemici, è un amore difficilissimo da realizzare, consiste nel pregare per coloro che ci perseguitano oltre che nel non rendere male per male.

È la tattica di Dio per vincere il male.

1 Ave Maria per Padre Giulio Maria Scozzaro



domenica 15 giugno 2014

Questa domenica, la domenica della Trinità - Paolo Curtaz

Di Dio, spesso, ci facciamo un’idea terribile.
Un’idea che scaturisce dal profondo, che mette insieme le nostre paure, il senso di smarrimento che portiamo nel cuore quando affrontiamo le piccole o grandi difficoltà, che rimanda al mistero della vita: perché esistiamo? Chi lo ha deciso? Perché?
Un’idea che, purtroppo, a volte deve fare i conti con i troppi cattolici che rovinano l’immagine di Dio, che ne parlano male, che lo descrivono come un preside iracondo, un vigile intransigente, un despota lunatico ed imprevedibile da tenere a bada.
Che brutta idea abbiamo di Dio!
Un Dio che lascia morire di fame i bambini, che non ferma le guerre, che fa ammalare di cancro una giovane madre… Un Dio che non risolve i tanti problemi degli uomini, che li lascia annegare nel mare di difficoltà della nostra contemporaneità.
Un Dio da temere, non da amare.
Un Dio incomprensibile.
E anche chi crede di non credere si è fatto un’idea di Dio. E proprio perché è un’immagine orribile che, spesso, decide di non credere. Meglio sperare che non ci sia nessuno, piuttosto che avere un Dio assetato di sangue.
Esagero?
No, fidatevi. La più difficile conversione da compiere è proprio quella che ci fa passare dal dio piccino che portiamo nel cuore al Dio grandioso che ci rivela la Bibbia.
E non basta essere cattolici devoti per credere nel vero Dio.
Ci voleva una domenica di riflessione da dedicare al volto di Dio che Gesù ci ha raccontato.
Questa domenica, la domenica della Trinità.
Mosè
Ci vuole del tempo per fuggire l’immagine demoniaca di Dio che portiamo nell’intimo. E Israele ha fatto questo percorso purificando la propria fede attraverso l’esperienza. Il Dio dei padri non era come quello dei popoli vicini, era migliore. Poi, con l’Esodo, avviene una svolta determinante: il Dio dei padri interviene, agisce, si racconta, stipula un patto, un’alleanza, un matrimonio con questo popolo di sbandati.
Non ci sono altre divinità, gli altri sono solo idoli.
Nella Bibbia troviamo traccia di questa evoluzione: Dio vhiene inizialmente chiamato come Elohim (il Signore) o El Shaddaj (il dio delle altezze) fino alla rivelazione del suo volto, Adonai (Io sono colui che ti è presente).
Un Dio che interviene fisicamente per liberare il suo popolo, che lo educa, dopo averlo fatto uscire dall’Egitto.
Un Dio che ha a cuore il bene dell’uomo, che gli rivela le dieci parole perché possa vivere.
Nel bellissimo brano di oggi troviamo l’incontro fra Dio e Mosè.
È il racconto della consegna delle parole, che troviamo almeno due volte nell’Esodo. Prima di consegnare le parole, Dio si presenta: è il fedele, il misericordioso, il pietoso, lento all’ira e ricco di grazia. I nostri liturgisti, teneri, hanno cancellato il versetto in cui si dice “che punisce le colpe dei padri nei figli fino alla terza generazione”.
Orribile traduzione: Poqèd non è punire, ma verificare (Da qui deriva paquid, il funzionario): il patto può essere trasgredito senza che lo si annulli: se i padri trasgrediscono, si verificheranno i figli, per dar loro una nuova possibilità, per vedere se esiste un’ennesima opportunità di redenzione.
Paolo
Paolo, scrivendo ai Corinti, testimonia la progressiva comprensione del mistero di Gesù che le prime comunità stanno compiendo.
Gesù non è soltanto un grande profeta, e nemmeno solo il messia, egli è il Figlio stesso di Dio. E, essendo il Figlio, svela chi è Dio in profondità, un mistero di comunione, un Padre/Madre che ama un figlio e questo amore si personifica nello Spirito Santo.
La Trinità non è un’inutile complicazione inventata dai primi cristiani (nel paese più monoteista della Storia, complimenti!), ma la progressiva comprensione di una grande verità.
Dio è famiglia, festa, comunicazione, comunione, danza.
Ed questa unione senza confusione è talmente realizzata, che noi, guardando da fuori, vediamo un unico Dio.
Gesù
Gesù conosce bene il Padre, perché lui e il Padre sono una cosa sola.
Non è vendicativo, Dio, vuole la nostra salvezza più di quanto noi stessi la vogliamo. Non vuole condannare il mondo, ma redimerlo! Dio ama il mondo che noi a volte disprezziamo (che sciocchi!).
Noi
Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio.
L’immagine c’è già, la somiglianza la dobbiamo creare giorno per giorno, guardando a Dio ed imitandolo.
Un Dio misericordioso che offre possibilità.
Un Dio comunione che ci rivela che l’egoismo contraddice la nostra natura profonda.
Un Dio che desidera e opera la salvezza per ogni uomo, senza distinguere amici e nemici.
Un Dio così bello che ci rende veri.
Paolo Curtaz

sabato 14 giugno 2014

Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no" - Movimento Apostolico - rito romano

Possiamo comprendere quanto Gesù oggi insegna ai suoi discepoli, se ci lasceremo aiutare da due verità che sono contenute nella Scrittura Santa. La prima viene attinta dal Libro del Deuteronomio, l'altra dalla Seconda Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi. Così dice il Signore al suo popolo per mezzo del suo servo Mosè: "Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. I vostri occhi videro ciò che il Signore fece a Baal-Peor: come il Signore, tuo Dio, abbia sterminato in mezzo a te quanti avevano seguito Baal-Peor; ma voi che vi manteneste fedeli al Signore, vostro Dio, siete oggi tutti in vita. Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: "Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente". Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?" (Dt 4,1-8).
Scrive invece San Paolo Apostolo ai Corinzi: "Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio, non con la sapienza umana, ma con la grazia di Dio. Infatti non vi scriviamo altro da quello che potete leggere o capire. Spero che capirete interamente - come in parte ci avete capiti - che noi siamo il vostro vanto come voi sarete il nostro, nel giorno del Signore nostro Gesù. Con questa convinzione avevo deciso in un primo tempo di venire da voi, affinché riceveste una seconda grazia, e da voi passare in Macedonia, per ritornare nuovamente dalla Macedonia in mezzo a voi e ricevere da voi il necessario per andare in Giudea. In questo progetto mi sono forse comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo calcoli umani, in modo che vi sia, da parte mia, il «sì, sì» e il «no, no»? Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria. È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori" (2Cor 1,12-22).
Le parole di Gesù non vanno intese secondo un significato di brevità, bensì secondo pienezza di verità che urge dare al nostro parlare. Chi è il cristiano? È la perfetta immagine di Cristo Gesù sulla terra? Questa è la sua vocazione. Chi è Cristo Gesù? è Colui che ha trasformato, ha fatto divenire sì storico, di compimento tutte le parole di Dio. Chi è il cristiano è colui che deve dire sì ad ogni parola di Dio.
Dire sì ad ogni parola di Dio è anche dire no a ciò che non è parola di Dio. Se lui vi aggiunge o vi toglie alla parola, è questo il di più che viene dal Maligno. Cosa fa il Maligno? Trasforma il sì in no e il no in sì. Aggiunge e trasforma la Parola. La priva della sua verità, santità, moralità giusta e creatrice di vita. Questo mai il discepolo di Gesù lo dovrà fare. Il suo sì verso la Parola dovrà essere pieno, così come anche il suo no di fronte a tutto ciò che non è Parola di Dio. È questo il di più che viene dal Maligno.
Il discepolo di Gesù è l'uomo dalla Parola sempre evangelica. Questa è la sua vocazione: dare concretezza storica ad ogni verità evangelica, ogni profezia, ogni comando del Signore. Se lui aggiunge o toglie, all'istante è governato dal Maligno.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci verità storica del Vangelo.

martedì 10 giugno 2014

Perché le parolacce vanno considerate come peccato - dal sito Amici Domenicani





Perché le parolacce vanno considerate come peccato

Quesito

Caro padre,
vorrei chiederle chiarimenti sulla mia vita cristiana.
Il primo è il seguente: molte volte mi capita di dire in confessione ho detto parolacce, ma in che misura questo è peccato?
La ringrazio.
Michele

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Risposta del sacerdote

Caro Michele,
1. le parolacce in quanto tali rientrano nel gergo dispregiativo.
Se riferite a una persona costituiscono un insulto.
Se riguardano azioni compiute dal nostro prossimo non costituiscono senz’altro una lode.
Usate nell’intercalare del discorso, oltre a manifestare una fissazione psicologica e verbale su aspetti animaleschi e metabolici, non elevano affatto il nostro discorso e non mostrano la trascendenza della persona sulla vita prettamente materiale.
Gesù dice che “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34).
Allora un discorso condito di volgarità sta a dimostrare davanti a tutti che cosa c’è dentro il nostro pensiero.
Per questo le volgarità e il turpiloquio scappano solo a chi ne ha il cuore pieno.
Per un cristiano, poi, le parolacce o volgarità dicono chiaramente che non si attinge affatto linfa vitale da Cristo.
Per questo san Paolo dice: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie!” (Ef 5,3-4).

2. In genere le volgarità o parolacce non eccedono il peccato veniale. Tuttavia sono un’offesa fatta a Dio perché riducono a significato peggiorativo funzioni e organi da Lui voluti e di per sé necessari alla vita di una persona.
E per questo le volgarità devono essere bandite dalla bocca di un cristiano, anzi di ogni uomo.

Ti ringrazio della domanda, che può sembrare banale, ma non lo è affatto.
Ed è per questo che tu ti sei posto la domanda: perché le parolacce vanno considerate come peccato?
Ti auguro di essere tra quelli che non proferiscono volgarità e trivialità.

Ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Fonte: Amici Domenicani
http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=983


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lunedì 9 giugno 2014

Sant'Efrem - Catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale di mercoledì 28 novembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente – verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea – sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dell’unica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più insigne rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città l’anno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita e che ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza – questa speranza che permette di vivere povero e casto nel mondo, ponendo ogni aspettativa nel Signore – e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste.
Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica. La sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.
Non posso adesso presentare molto di lui, anche perché la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli Inni sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia:

«Il Signore venne in lei
per farsi servo.
Il Verbo venne in lei
per tacere nel suo seno.
Il fulmine venne in lei
per non fare rumore alcuno.
Il Pastore venne in lei
ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange.
Poiché il seno di Maria
ha capovolto i ruoli:
Colui che creò tutte le cose
ne è entrato in possesso, ma povero.
L’Altissimo venne in lei (Maria),
ma vi entrò umile.
Lo splendore venne in lei,
ma vestito con panni umili.
Colui che elargisce tutte le cose
conobbe la fame.
Colui che abbevera tutti
conobbe la sete.
Nudo e spogliato uscì da lei,
Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose»
(Inno sulla Natività 11,6-8).

Per esprimere il mistero di Cristo, Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia):

«Fu chiudendo
con la spada del cherubino,
che fu chiuso
il cammino dell’albero della vita.
Ma per i popoli,
il Signore di quest’albero
si è dato come cibo
lui stesso nell’oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell’Eden
furono dati come alimento
al primo Adamo.
Per noi, il giardiniere
del Giardino in persona
si è fatto alimento
per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti
dal Paradiso assieme con Adamo,
che lo lasciò indietro.
Adesso che la spada è stata tolta
laggiù (sulla croce) dalla lancia
noi possiamo ritornarvi»
(Inno 49,9-11).

Per parlare dell’Eucaristia, Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:

«Nel tuo pane si nasconde lo Spirito,
che non può essere consumato;
nel tuo vino c’è il fuoco, che non si può bere.
Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:
ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace,
che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia;
né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita;
ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori,
ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane.
Invece del fuoco che distrusse l’uomo,
abbiamo mangiato il fuoco nel pane
e siamo stati vivificati»
(Inno sulla fede10,8-10).

Ed ecco ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove egli parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perché essa è tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,
che è indivisibile»
(Inno sulla perla 1,2-3).

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana.
E’ importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è redenzione senza Gesù, così non c’è incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.
Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.

Autore: papa Benedetto XVI

Spunti bibliografici su Sant'Efrem a cura di LibreriadelSanto.it

Efrem (sant'), La restituzione del debito, ITL, 2011 - 128 pagine
Efrem (sant'), Inni sul paradiso, Paoline Edizioni, 2006 - 368 pagine
Efrem (sant'), , Paoline Edizioni, 2003 - 560 pagine
Efrem (sant'), Inni pasquali, Paoline Edizioni, 2001 - 412 pagine
Efrem (sant'), L'arpa dello Spirito. 18 poemi di sant'Efrem, Lipa, 1999 - 120 pagine