Visualizzazione post con etichetta Stanzione Marcello don. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stanzione Marcello don. Mostra tutti i post

sabato 28 settembre 2013

“Chi vuol fare l’Angelo fa la bestia !” diceva Pascal - don Marcello Stanzione

E’ l’errore di ogni corrente dualista ; fu anche quella di Lucifero quando cadde. I demoni non sono che delle creature, molto alte certamente malgrado la loro sconfitta, ma delle creature. 

Se l’uomo, ridotto alle sue sole forze, non è all’altezza ovviamente da affrontare il Serafino Lucifero, Principe di questo mondo e re incatenato degli Inferi, né il bello e seducente Asmodeo, Cherubino divenuto ministro dell’impurità e della lussuria, né il Trono Mammona che ispira la passione dell’oro , del denaro e dell’amore esclusivo delle ricchezze materiali, né la Dominazione Belzebù, “il Signore delle Mosche”, che suscita i culti idolatri (I nomi dei tre grandi demoni, ministri di Lucifero, figurano nella Bibbia. Asmodeo è segnalato nel Libro di Tobia, Mammona e Belzebù nel Vangelo (San Matteo 6,24 e 12,24-30).

Quanto alla loro appartenenza a tale o talaltra Gerarchia angelica prima della loro caduta, essa è presa dal Trattato dell’Inferno di Santa Francesca Romana. ), egli ha su di essi tutti i vantaggi naturali della sua angelicità, quelli che gli davano la superiorità sulla natura umana. Fin dall’inizio, i progetti di Lucifero sono votati alla sconfitta, tutto quello che egli intraprende si ritorce finalmente contro di lui.

E’ a questa guerra assurda che si riferisce il versetto della Genesi, quando Giuseppe perdona i suoi fratelli che l’avevano una volta venduto come schiavo agli Egiziani : “I vostri disegni contro di me erano perversi, al fine di dare la vita ad un popolo immenso” (Gen.50,20).

Lucifero vuole fare il male, ma da questo male, Dio estrae sempre un bene, ed è perché Egli lo tollera. Offrendo la conoscenza del bene e del male ad Eva, persuadendola di gustarvi sotto il pretesto che il divieto di Dio non procedeva dalla saggezza e dalla bontà, ma dalla tirannia e dall’egoismo, il Serpente-Satana credeva di scatenare contro la coppia imprudente una giustizia altrettanto severa di quella di cui lui era stato oggetto.

In effetti, il castigo si abbatte sull’umanità, ormai schiavo del Padrone che ha preferito a Dio : la vita umana in rottura con l’ordine voluto dal Creatore sarà una vita di sofferenza, di lavoro, di sangue e di lacrime, ed essa sboccherà sul “salario del peccato, la morte” (San Paolo, Lettera ai Romani 6,22). Ma, appena ha pronunciato la sentenza della Sua Giustizia, Dio lascia parlare il Suo Amore e promette il rimedio ai mali annunciati : “Porrò inimicizia tra la Donna e te, la sua discendenza ed la tua. Ella ti schiaccerà la testa e tu le morderai il tallone !” (Gen. 3,15).

Il diavolo credeva di avere annientato per l’uomo ogni speranza di accedere alla felicità eterna; di fatto, egli ha precipitato le cose, trascinando la necessità della Redenzione e la venuta del Redentore : la discendenza della Donna, il Figlio della Vergine Madre, il Cristo, Dio fatto uomo. Lucifero ha provocato quello che voleva con tutta forza impedire.

E quando, nel deserto, egli identifica in Gesù l’Incarnazione del Verbo, Quello che rifiutò di adorare all’inizio, quando decise di congiurare contro di Lui l’odio dei farisei, l’ambizione smisurata di Giuda, la vigliaccheria degli apostoli e l’impotenza di Pilato, Satana provoca la morte del Redentore, ma precipita nella sua propria sconfitta.

Sì, il Serpente ha morso la razza della donna nel tallone, e questo morso l’ha uccisa, l’ha inchiodata sulla croce ; ma, morendo, Colui che era immortale per essenza e non era, nella Sua Incarnazione, assoggettato al salario del peccato, inghiottì questa morte che il diavolo aveva introdotta nella Creazione

Libro della Sapienza 2,23-24 :

“Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità. Ne ha fatto una immagine della Sua propria natura. E’ per l’invidia del Diavolo che la morte è entrata nel mondo”. E, con la morte, salario del peccato, è il peccato stesso che smette di estendere il suo impero su quelli che Cristo ha riscattato con la Sua Passione. Satana sa bene che la lotta è perduta. Rimane che, in queste continue battaglie di retroguardia, egli ottiene l’ultima soddisfazione di strappare, ancora e sempre, delle anime umane a quella felicità del Paradiso che egli invidia e detesta allo stesso tempo.

Ogni volta che egli aiuta un’anima a dannarsi per l’eternità nell’Inferno, il diavolo insulta la morte del Redentore.

E voi sapete anche che ogni uomo costa.

E che l’uomo è costato il sangue stesso di un Dio.

E voi sapete così con quale atroce strada

Un condannato salì fin nel più alto luogo.

Voi sapete oggi quello che ognuno riporta.

Voi avete stabilito questo conto temuto.

O vanamente seduto al soglio dell’altra porta :

L’uomo rapporta poco per quello che è costato.

(Charles Péguy, Eva).

Ma, per i cristiani, se essi vivono secondo la loro fede, l’impresa di Satana non è da temere. La vittoria di Cristo è la loro vittoria definitiva.Limitata dalla sua sconfitta nel suo primo stato, sottomessa al permesso di Dio e contenuta negli stretti limiti di quello che ogni anima è suscettibile di sopportare con il soccorso della Grazia, l’azione demoniaca può essere vigorosamente e vittoriosamente combattuta.

“Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi ? Lui che non ha risparmiato il Suo proprio Figlio ma L’ha consegnato per tutti noi, come con Lui non ci accorderà ogni favore ? Chi si farà l’accusatore di quelli che Dio ha scelti ? E’ Dio che giustifica. Chi dunque condannerà ? Cristo Gesù, Colui che è morto, che dico, risuscitato, che è alla destra di Dio, che intercede per noi ? Chi ci separerà dall’amore di Cristo ? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada ? Secondo la parola della Scrittura: a causa Tua, ci si mette a morte lungo tutto il giorno ; siamo diventati come pecore da macello? Ma, in tutto ciò, noi siamo i grandi vincitori per Colui che ci ha amati!

Sì, ne sono certo, né morte né vita, né Angeli né Principati, né presente né avvenire, né Potenze, né altezze né profondità, né nessun’altra creatura, potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù nostro Signore” (San Paolo, Lettera ai Romani 8,31-39).

Don Marcello Stanzione




mercoledì 8 maggio 2013

Perché l’8 maggio, festa di San Michele, si fa la supplica alla Madonna di Pompei?


Il Beato Bartolo Longo ebbe un sincero e filiale amore verso la Vergine Maria, venerata in Pompei con il titolo del SS. Rosario, e nutrì una vera ed autentica devozione verso l’Arcangelo Michele che dichiarò essere “il naturale protettore” della Valle di Pompei e delle opere pompeiane. Il beato Longo volle che 2 volte l’anno si facesse la supplica in modo solenne alla Vergine del Rosario di Pompei: la prima domenica di ottobre che è il mese del rosario e l’8 maggio che è la festa dell’apparizione dell’arcangelo san Michele al Monte Gargano nelle Puglie, regione di cui il Longo era originario. E’ lo stesso Bartolo Longo che, nel 1907, in una lettera indirizzata al P. Alberti Lepidi, maestro del sacro Palazzo Apostolico in Roma, ci dà la spiegazione della sua devozione all’Arcangelo Michele (cf. anche il cap. VIII del libro di B. Longo Storia del Santuario di Pompei, Edizione del 1954). Riportiamo il testo di Bartolo Longo del 1907: “Perché scegliemmo S. Michele a Difensore e Custode del Santuario di Pompei? ...

... Sin senza ragione sin dal cominciamento del Tempio tra tutti i beati Comprensori del cielo, noi prescegliemmo S. Michele Arcangelo a singolare Custode e Difensore delle opere di Dio nella Valle Pompeiana. E scegliemmo il giorno 8 di maggio , dedicato a San Michele, per porre la prima pietra del Santuario di Maria in Valle di Pompei. Si legge nelle Scritture che Iddio ha annunziato per mezzo di questo eccelso Spirito il suo augusto Nome, quando sul Sinai per bocca di Michele dettò la legge e disse: Io sono il Signore Dio tuo. Ed inoltre Dio ha comunicato a questo Principe la sua suprema autorità, a lui affidando la difesa delle città, dei regni e dei popoli. Michele per fermo protesse il popolo ebreo e quando viveva felice nella patria, e quando si pose in cammino verso la terra promessa. Apparve vestito in abito bianco, armato di corazza d’oro, con lancia in mano, per capitare l’esercito di Giuda Maccabeo. Venne Egli deputato da Dio a distruggere le schiere di Sennacheribbo, a liberare il popolo ebreo dalla schiavitù babilonese, ad occultare il sepolcro di Mosè, acciocché il popolo ebreo non rendesse un culto d’idolatria al corpo di quel famoso ispirato Condottiero. Apparve Egli a Giosuè sul Giordano e gli disse: “Io sono il Principe dell’esercito del Signore: Sum princeps exercitud Domini; e vengo in tuo soccorso : sarò ai tuoi fianchi, né ti lascerò. Gerico e le altre città, benché forti, saranno una parte delle tue conquiste; e molti re, che vedrai ai piedi tuoi, faranno il più bel trionfo delle tue vittorie”. Michele fu il difensore della Chiesa contro tutti gli assalti del demonio. Si fece vedere all’Imperatore Costantino ,e gli disse: - Io sono il Principe delle milizie celesti ed il Protettore dei Cristiani: io ti ho soccorso contro i tiranni nemici della Chiesa: prosegui a sostenere le ragioni di Cristo, ed io ti sosterrò le tue. Apparve a Carlo Magno, come afferma il Baronio, in una famosa guerra contro i Sassoni. Egli fece riportare a Ramire, re delle Spagne, una strepitosa vittoria sopra i Mori, uccidendone ben settantamila, e prendendo prigioniero il re Abenaja. Onde la Chiesa, dopo mille e mille altri prodigi ottenuti, chiama S. Michele Protettore e Dinfesore dei cristiani. Eum custodem et patronum Dei veneratùr Ecclesia. Ultimamente, il Sommo Pontefice Leone XII a San Michele affidava la custodia di tutta la Chiesa, e a tutti i sacerdoti imponeva di recitare , dopo il Sacrificio divino, quella preghiera bellissima : S. Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, contro la nequizia e le insidie del diavolo sii soccorso. E tu, Principe della milizia celeste, con divina possanza ricaccia nell’inferno Satana e gli altri maligni, che a perdizione delle anime si aggirano pel mondo. Se dunque S. Michele è il custode di tutta la Chiesa e il difensore di tutte le grandi Opere divine, non era conveniente che a Lui fosse affidata la difesa di questa grande Opera di Dio nell’epoca moderna, che è il Santuario di Pompei?

L’apparizione di S. Michele sul Gauro (Faito) e l’era di misericordia mariana a Valle di Pompei

Ma un’altra ragione, diremo , storica e provvidenziale ci spinse a introdurre il culto del possente Arcangelo nella Basilica Pompeiana, la memoria cioè di una celebre apparizione. Non è insolita l’apparizione di S. Michele sulla terra. Si è degnato per lo più di apparire sulle alte vette dei monti. Sceglie i monti, quasi per mostrarsi librato fra la terra e il cielo, sfolgorando con lo sguardo fulmineo ogni esercito nemico. Or di rincontro al Santuario di Pompei si eleva, sopra di Castellammare di Stabia, il monte Gauro, il quale, rannodandosi cogli estremi della catena degli Appennini, segna l’ultima chiusura di questa Valle del Vesuvio. La sua cima termina in una vetta acuta, e questa vetta è ripartita in tre punte, a somiglianza delle prime tre dita della nostra mano. Era il secolo settimo della Chiesa. A Vescovo di Castellammare era un Santo, S. Catello, il quale usava sovente di notte raccogliersi sui dirupi di quel monte insieme coll’Abate di Sorrento, S. Antonino, a pregare. Una notte, mentre era immerso nell’orazione, in una gran luce gli apparve l’Arcangelo S. Michele e, con voce maestosa insieme e soave, gl’impose che edificasse un tempio in suo onore là dove avrebbe dato segnale con una fiamma. E la fiamma apparve subito sulla più alta delle tre punte che sormontano il Gauro. Il Santo Vescovo immantinente, col cuore ardente dell’entusiasmo dei Santi, si accinse all’opera. La compì dopo molte contrarietà sostenute, e ingiurie e calunnie, onde soffrì anche il carcere. (Vedi Lezioni dell’Uffizio di S. Catello nel di delle sua festa, 19 di Gennaio).

Qual era il fine dell’apparizione del grandioso Arcangelo sul Faito?

Vi è tutta ragione di credere che il Signore abbia fatto apparire il suo fedele Ministro per preparare tanti secoli innanzi il regno di Maria in questi luoghi, abbandonati nei tempi antichi all’impero del Demonio e della colpa. Il portentoso Arcangelo venne a scacciare Satana dalla terra dei pagani, sulla quale doveva sorgere un giorno, e propriamente ai dì nostri, una novella era di grazia, una luce nuova di misericordia. Per tale ragione sin dal 1876 proponemmo al santo Vescovo di Nola, Monsignor Formisano, che la prima pietra per le fondamenta di questo nuovo tempio di Maria si ponesse proprio il giorno 8 maggio, perché quel giorno ricordava l’apparizione in queste contrade dell’eccelso Arcangelo S. Michele. Pel volgere incessante di trentun anno, sempre nel giorno 8 di maggio, abbiamo invocato con fede il primo Angelo del Cielo, perché si unisse con noi per festeggiare la comune Regina. Ed in ciascun anno, in quel giorno 8 di maggio, noi ricordiamo due solenni epifanie. Il maggior Principe del cielo, che ha nome meraviglioso, si manifestava alla terra, scegliendo a spettacolo dei suoi prodigi la vetta di un monte. La più grande Regina che mai abbia avuto e cielo e terra, si manifestava anch’Essa ai gementi figliuoli di Eva, scegliendo a centro dei suoi portenti un’umile Valle, la Valle di una sepolta città pagana. Seguerà adunque per noi quel giorni due solenni trionfi: Il trionfo del più maestoso Angelo del Cielo, di quel Principe grande, come lo chiama Daniele, prima della creazione dell’uomo, con l’invitta spada della sua fede, della sua umiltà e della sua mansuetudine, difende, l’onore dell’Altissimo e dell’Immacolata Donna che doveva nel tempo essere la Madre del verbo di Dio fatto uomo. Ed insieme il trionfo di Colei che è la Regina della Misericordia, e che nell’epoca moderna doveva nella Valle di Pompei riportare su Satana nuove e stupende vittorie”.

Don Marcello Stanzione


sabato 9 marzo 2013

"Facciamo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio - La storica esortazione di san Pio da Pietrelcina - don Marcello Stanzione



Un episodio straordinario, fra i molti che capitavano con san Pio da Pietralcina. 
Muore il papà di una signora, che era fervente figlia spirituale di Padre Pio. 
La signora abitava nel nord Italia. 
Dopo la morte del papà, la signora si mette in viaggio e arriva a San Giovanni Rotondo. 
Incontra Padre Pio e lo prega, in lagrime, di dirle che cosa fare per suffragare l’anima del papà morto piamente alcuni giorni prima. Padre Pio le risponde con serenità: “Recita duecento Rosari perché l’anima di tuo papà lasci il Purgatorio ed entri nel Regno dei cieli”. La pia signora, confortata, si rimette in viaggio verso il nord Italia e inizia subito la recita di duecento Rosari. In questo episodio leggiamo la potenza del Rosario nel sollevare e liberare le anime purganti dalle loro terribili pene, perché entrino nella Patria dei cieli.


Anche in altre occasioni san Pio da Pietralcina, donando la corona del Rosario a qualcuno, diceva: “Facciamo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio!” Sarebbe davvero salutare tener presente questa esortazione di san Pio da Pietralcina, soprattutto in occasione della morte dei nostri parenti, per i quali, di solito, siamo pronti a versare lagrime e a spendere soldi in corone di fiori, mentre potremmo donare a loro le corone ben più preziose e sante dei Rosari recitati senza stancarci. E’ antico nella Chiesa l’insegnamento sull’efficacia del Rosario nell’alleviare le anime purganti dalle loro sofferenze e liberarle, dal Purgatorio.

Anche la grande santa Teresa d’Avila ammaestrava e raccomandava alle sue monache di suffragare generosamente le anime purganti con la recita dei Rosari, perché ogni Ave Maria è un sollievo, è un ristoro per quelle penanti nel fuoco dell’espiazione e della separazione da Dio Amore. Per questo sant’Alfonso de’ Liguori, ammaestrato da santa Teresa d’Avila, raccomandava: “Se vogliamo aiutare le anime del Purgatorio, recitiamo per loro il Rosario che arreca grande sollievo”. E sant’Annibale di Francia affermava anch’egli che “quando noi recitiamo la corona di Maria Santissima per qualche anima, quell’anima sente quasi smorzare le ardenti fiamme che lo circondano e prova un refrigerio di Paradiso”. Un santo che fu straordinario nell’apostolato del Rosario per le anime purganti fu senza dubbio san Pompilio Pirrotti, sacerdote piissimo e grande apostolo, vissuto nel secolo XVIII.

Certamente la pratica di pietà mariana da lui preferita fu il Rosario, ed egli stesso si preoccupava di costruire molte corone del Rosario anche per distribuirle agli altri, incitando a recitare il Rosario per suffragare le anime purganti. La sua specialità in questa pratica mariana consisteva nel fatto che egli recitava il Rosario non soltanto dovunque e con chiunque, ma anche con le stesse anime purganti. Parrebbe incredibile, eppure le testimonianze a riguardo non ammettono dubbio o incertezza.

Nella Chiesa del Purgatorio, infatti, dove il Santo officiava, non raramente avveniva che recitando egli il Rosario si udivano con chiarezza le voci delle anime defunte che rispondevano la seconda parte dell’Ave Maria. Stupore e meraviglia colpivano tutti i presenti, ma anche una grande commozione spingeva ad un impegno generoso nella recita dei Rosari per suffragare quelle anime penanti in attesa del sollievo che arrecano a loro i nostri Rosari.

Un altro grande apostolo del Rosario per le anime purganti fu san Giovanni Massias, padre domenicano, il quale recitò tanti Rosari per le anime del Purgatorio e ricevette la rivelazione che con i Rosari aveva liberato dal Purgatorio un milione e quattrocentomila anime. Il papa Gregorio XVI volle che questo fatto così straordinario e così edificante venisse inserito nella stessa Bolla di Beatificazione, a insegnamento per tutti.

Un particolare interessante leggiamo nella vita di Maria Cicerchia: questa umile Serva del Signore si recava di frequente in visita al cimitero; lungo il tragitto recitava Rosari senza interruzione per le anime purganti, e al cimitero amava recitare in modo speciale i misteri gloriosi del Santo Rosario. Perché i misteri gloriosi? Perché sperava che per la mediazione materna di Maria Santissima, Regina del paradiso, quelle anime rinchiuse nel Purgatorio potessero lasciare al più presto quel luogo di sofferenza ed entrare nella gloria senza fine del santo Paradiso di Dio.

Animiamoci anche noi a questa carità verso le anime purganti recitando il Rosario per alleviare le loro sofferenze, per ottenere a loro la liberazione da quel luogo di pene, con l’entrata nel Regno dei cieli, dove gioire eternamente beate. Suffragare le anime purganti, del resto, è una carità che non resterà senza ricompensa sulla terra e nei cieli. Gli esempi e gli ammaestramenti dei Santi ci illumino e ci spronino alla generosità nella recita di molti Rosari per le anime purganti.


(don Marcello Stanzione)




lunedì 18 febbraio 2013

ASTINENZA E DIGIUNO QUARESIMALI SECONDO LA CHIESA - Don Marcello Stanzione


Il Cristianesimo, diversamente da altre fedi, non classifica gli animali in leciti e proibiti. Come in altre religioni, tuttavia, conosce un periodo durante il quale il fedele deve osservare alcune norme alimentari. La costituzione dogmatica Sacrosanctum concilium promulgata il 4 dicembre 1963 al n. 110° invitava l’autorità religiosa a incoraggiare la penitenza quaresimale. Nella costituzione apostolica di Paolo VI Paenitemini del 17 febbraio 1966 e nella nota pastorale dell’episcopato italiano Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza del 4 ottobre 1994 (quest’ultima entrata in vigore la prima domenica di avvento del 1994) si trovano i più recenti interventi volti alla pratica della astinenza e del digiuno.

Esse concordano nel presentare il digiuno nella sua forma positiva e radicata in Dio: “Digiunare per Dio, non per se stessi” (Paenitemini); “Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona” (Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza 13). La costituzione apostolica norma così l’uso del digiuno e dell’astinenza: “Perciò si dichiara e si stabilisce quanto segue: Per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a far penitenza. Le prescrizioni della legge ecclesiastica, circa la penitenza, vengono totalmente riordinate secondo le seguenti norme. Il tempo di quaresima conserva il suo carattere penitenziale. 
I giorni di penitenza da osservarsi obbligatoriamente in tutta la Chiesa sono i singoli venerdì e il mercoledì delle Ceneri, ovvero il primo giorno della grande quaresima, secondo la diversità dei riti; la loro sostanziale osservanza obbliga gravemente. Salve le facoltà di cui ai nn. VI e VIII, circa il modo di ottemperare al precetto della penitenza in detti giorni, l’astinenza si osserverà in tutti i venerdì che non cadono in feste di precetto, mentre l’astinenza e il digiuno si osservano nel mercoledì delle Ceneri, o – secondo la diversità dei riti – nel primo giorno della grande quaresima, e nel venerdì della passione e morte del Signore”.

Il Codice di diritto canonico ribadisce che “si osservi l’astinenza dalle carni o da altro cibo, secondo le disposizioni della conferenza episcopale, in tutti e singoli i venerdì dell’anno, eccetto che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità; l’astinenza e il digiuno invece, il mercoledì delle Ceneri e il venerdì della passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo”.

L’ASTINENZA dal latino “ab-teneo”, tengo lontano, evito, è il precetto secondo il quale è proibito mangiare carne i venerdì di quaresima (purché non coincidano con solennità come 25 marzo), mentre gli altri venerdì durante l’anno l’astinenza dalle carni può essere sostituita con opere di preghiera, carità o altre di natura penitenziale. Prima della nota pastorale del 1994 veniva consentito anche l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento, anche di grasso di animale. La nota pastorale dell’episcopato italiano introduce nel concetto di astinenza non solo la proibizione delle carni ma anche “dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi”. Prima della costituzione apostolica Paenitemini, la legge dell’astinenza riguardava la carne e il brodo di carne, cioè gli animali a sangue caldo: veniva proibita la loro carne e il loro grasso, il sangue, il cervello, il cuore, il fegato, gli intestini. Erano invece permesse carni di animali a sangue freddo: pesci, lumache, rane, tartarughe, gamberi.

IL DIGIUNO è l’astensione totale o parziale dal cibo, e obbliga il cristiano a fare un unico pasto nella giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera.

IL CALENDARIO. Il canone 1251 fissa inoltre il calendario delle astinenze e dei digiuni: tutti i venerdì dell’anno (che non cadano in feste di precetto) il fedele deve astenersi dalla carne. Il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo sono gli unici due giorni di digiuno; per il rito ambrosiano il mercoledì delle Ceneri è sostituito dal primo venerdì di quaresima. Nei primi secoli dell’era cristiana, secondo un testo antico, la Didaché, i fedeli cristiani, diversamente dagli ebrei che praticavano il digiuno il secondo e il quinto giorno della settimana (cioè il lunedì e il giovedì), digiunavano il mercoledì e il venerdì. La scelta del quarto e sesto giorno della settimana, probabilmente, era dovuta anche al tentativo di differenziarsi dalla pratica degli ebrei, che rifiutavano il messaggio di Gesù. Successivamente essa fu giustificata dal ricordo del tradimento di Giuda (avvenuto il mercoledì) e la morte di Gesù (che cade il venerdì) come è possibile leggere nel canone XV sulla Pasqua di Pietro d’Alessandria (morto nel 311): “Non ci sarebbe rimproverato d’osservare i mercoledì e venerdì. Giorni ai quali la tradizione ci prescrive con ragione di digiunare: il mercoledì a causa del consiglio tenuto dagli ebrei in vista del tradimento del Signore; il venerdì a causa della sua passione per noi. Poiché la domenica noi festeggiamo un giorno di gioia a causa di colui che resuscita quel giorno, non pieghiamo più le ginocchia secondo la tradizione ricevuta”. 
Del resto (come per rafforzare questa presa di distanza dal mondo ebraico) il giovedì (soprattutto in ambienti monastici) è vietato il digiuno: mentre gli ebrei osservanti lo praticano, i cristiani lo impediscono in ricordo della festa dell’Ascensione di Gesù. 
E’ interessante ora ricordare che prima del 1966 erano considerati giorni di astinenza, oltre i venerdì, anche i sabati di quaresima, le vigilie di Pentecoste, dell’Immacolata concezione, del Natale. 
La scelta di questi due giorni naturalmente non è casuale. 
Il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo vogliono ricordare alla memoria del fedele due momenti decisivi della vita cristiana.

Don Marcello Stanzione

riscossacristiana.it


venerdì 21 dicembre 2012

Le strategie diaboliche - Don Marcello Stanzione

Quando Satana apparve per la prima volta a Santa Gemma Galgani (1890-1902) e le offrì la guarigione dalla sua gravissima malattia e la felicità su questa terra, egli scelse il suo più seducente volto. Tale è il suo modo di azione favorito con le anime che ingenuamente ed in buona fede si danno alla vita mistica quando esse non hanno, per camminare nel suo arduo percorso, le necessarie protezioni spirituali.

Ogni tentativo di esperienza mistica fuori dai quadri provati vale ad avventurarsi senza preparazione né soccorso in un universo differente, pieno di spiriti celesti benevoli certamente, ma anche di demoni odiosi ed insidiosi che non aspettano che l’occasione per attaccare i figli di Dio (Prima Lettera di San Pietro 5,8 : “Siate sobri, vigilate. Il vostro avversario, il Diavolo, come un leone ruggente, va in giro, cercando chi divorare”). In questo campo ogni imprudenza od ingenuità può rivelarsi fatale. Nessuna creatura umana è capace di tenere testa da sola alle forze tenebrose che a causa della propria santità di vita si sentono provocate e quindi cercano di dar fastidio in tutti i modi. Così, prima di lanciarsi nell’impresa dell’eroismo spirituale che dovrebbe essere normale scelta di vita per ogni militante cattolico, prete o laico poco importa, è bene ricordarsi del doppio avvertimento degli Apostoli Giovanni e Paolo : “Carissimi, non credete ad ogni spirito. Ma provate gli spiriti per sapere se sono di Dio” ( Prima Lettera di San Giovanni 4,1-3).

"Costoro sono dei falsi profeti, degli operai imbroglioni, che si travestono da apostoli di Cristo. E nulla di stupefacente : Satana stesso si maschera bene da angelo di Luce. Niente di sorprendente se i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia. Ma il loro fine sarà conforme alle loro opere” (San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi 11, 13-15).

Sotto la maschera di Satana non si dissimula un dio del Male come lo immaginano i dualisti di ogni epoca, ma una creatura creata più che buona : ammirabile, la più bella uscita dalle mani di Dio ad eccezione della Vergine Maria. Satana è sempre Lucifero, principe dei Serafini.

Il canonico regolare agostiniano Giovanni di Ruysbroec (1293-1381) può anche scrivere : “Il Demonio vede come attraverso una sfera di diamante che egli non romperà mai la sua bellezza di Arcangelo eternamente sussistente nel pensiero divino ; l’unità del suo essere è per sempre spezzata ed egli sa che quello splendore di se stesso, non lo raggiungerà più”. Non c’è dubbio che la disfatta degli Angeli ribelli è una atroce tragedia, benché siano soli ed unici responsabili del loro triste stato. Ma fa ancora meno dubbio che essi sono animati contro l’umanità di un rancore spaventoso. Il loro regno si appoggia sulla menzogna, l’odio e l’omicidio.

Lo scopo di questi Angeli decaduti è di impedire all’uomo di raggiungere la felicità da cui essi sono privi, di uccidere, non solamente i corpi che essi detestano e disprezzano, ma le anime. Tutte le eresie più o meno manichee che vedono il diavolo creatore della materia non misurano l’ironia delle loro affermazioni : fare di Lucifero, cacciato dal Cielo per avere rifiutato di adorare il Dio incarnato, l’inventore di quella materia che egli aborra con tutto il suo essere... Lucifero è un Angelo, pervertito certo, ma sempre un Angelo. Ed è da Angelo che egli ama agire, mettendo al servizio del suo odio e della sua vendetta i suoi doni magnifici”.

Il Gesuita Padre de Tonquedec, che fu per anni l’esorcista della Diocesi di Parigi, conosceva a meraviglia il modo dell’agire diabolico. Secondo lui, Satana è tentatore. Seduttore, cattivo consigliere, ispiratore di ogni atto maligno, imbroglione. Egli acceca, corrompe, fa prendere il falso per vero ed il male per bene.

Egli non forza, propone, suggerisce, persuade, mette in gioco, esplora le passioni umane e gli istinti, trovando in noi, per il tramite della natura decaduta dopo il peccato originale, un complice naturale, chiamato a diventare vittima. Perché Satana è un cattivo maestro. San Giovanni della Croce e Santa Teresa del Bambino Gesù, lapidari, lo accusavano di essere “vigliacco davanti a chi gli resiste e crudele con quello che gli cede”...In altre parole satana è debole con i forti e forte con i deboli!!!


Don Marcello Stanzione




 

lunedì 23 luglio 2012

La lotta di Santa alla Chiesa e all'umanità - don Marcello Stanzione


Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, quando si parla di Satana e di demonio, molti tornano con la mente alle truculenti descrizioni che Dante Alighieri fa dei diavoli nell’Inferno della sua Divina Commedia, oppure lo immaginano con tanto di corna, coda e forchettone in mezzo alle fiamme, come è rappresentato dall’iconografia medievale.
Ora, per avere delle idee chiare sul demonio, bisogna liberarsi da queste immagini alquanto infantili. La fede della Chiesa, riguardo all’esistenza ed all’azione malefica del demonio, si basa sulla testimonianza della Bibbia, che è parola di Dio sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
Gesù si è presentato costantemente come il Vincitore di Satana e dei demoni: Egli infatti, nel Vangelo, affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt 4, 11; Gv 12, 31).
Cristo affronta anche gli spiriti maligni che hanno potere sull’umanità peccatrice e li vince nel loro dominio. Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana, e quindi anche dando la guarigione trionfa su di lui. I demoni si ritenevano insediati quaggiù da padroni: Gesù è venuto a sconfiggerli (Mc 1, 24). Dinanzi all’autorità che Egli manifesta nei loro confronti, i suoi nemici l’accusano: “Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul, principe dei demoni” (Mc 3, 22); “Non sarebbe per caso anch’egli posseduto dal demonio?” (Mc 3, 30; Gv 7, 20; 10, 20s), si chiedono i suoi calunniatori. Ma Gesù dà la vera spiegazione: Egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito di Dio e ciò prova che il Regno di Dio è giunto fino agli uomini. Ormai gli esorcismi si faranno nel Nome di Gesù (Mt 7, 22; Mc 9, 38). Cristo, mandando in missione suoi discepoli, comunica loro il potere di sconfiggere i demoni (Mc 6, 7-13).
Questo sarà per tutti i secoli. E anche oggi, infatti, uno dei segni che accompagna la predicazione del Vangelo è la presenza degli esorcisti in seno alla Chiesa. Comunque, anche il concetto di diavolo, come tutte le verità della fede cristiana, è stato progressivamente rivelato e compreso. Nel Nuovo Testamento il diavolo è il più diretto avversario di Dio, il tentatore e seduttore degli uomini. E’ pure chiamato Beelzebul o Satana. Nell’Antico Testamento, Satana è un nome comune che significa accusatore in un processo, avversario. Nel Libro di Giobbe (2,1), si parla di Satana come di un essere che mette alla prova gli uomini. Nel primo libro delle Cronache 21,1, Satana sembra già il nome proprio di un essere personale. A poco a poco si sviluppò tra gli Israeliti la concezione di Satana, avversario di Dio, che rende gli uomini schiavi del peccato. Il diavolo, quindi, non è un concetto astratto, non è una personificazione fantastica del male, ma è una realtà concreta, una persona, o meglio un insieme di persone ben definite. E’ una creatura di Dio, quindi originariamente buona. E’ un puro spirito, dotato di capacità molto superiori alle nostre; ma si è irrimediabilmente pervertito in conseguenza del suo essersi ribellato a Dio.

Satana è diventato così l’antagonista di Dio che si oppone in tutti i modi al suo Regno, tentando gli uomini al male. La tentazione è una suggestione che egli esercita sulle facoltà superiori dell’uomo (soprattutto la fantasia): di fronte alla tentazione, l’uomo conserva intatta la propria libertà e responsabilità. In certi rari casi, che devono essere scientificamente accertati, il diavolo, permettendolo Dio, può disturbare anche il corpo dell’uomo con malattie e danni di vario genere. Uno degli aspetti essenziali della vita del cristiano, sia singolarmente che come membro della Chiesa, è la lotta contro il demonio. Nel passato, forse, si è insistito troppo su tale aspetto, e con accenti eccessivamente terroristici, per cui in alcuni si era creata una fissazione demonopatica; oggi, viceversa, questa lotta contro il potere delle tenebre è piuttosto trascurata. Come sappiamo dalla Rivelazione e dal Magistero della Chiesa, i demoni sono creature che tentano l’uomo al male.
Di qui la necessità, da parte dell’uomo, di difendersi e di lottare contro di essi per ottenere la salvezza. La vittoria contro il demonio si raggiunge soltanto in Cristo che è il vincitore di Satana, capo dei demoni. L’azione del demonio, sebbene tutta protesa ad offendere Dio e a danneggiare l’uomo, è controllata dal potere divino, che utilizza il Maligno per esercitare l’uomo nella virtù ed aumentare così lo splendore della gloria divina. Il demonio non danneggia l’uomo tanto quanto vorrebbe, ma solo fin dove la Provvidenza divina glielo consente, al fine di provare l’uomo nella virtù e condurlo proprio a quella salvezza che il demonio non vorrebbe. Il demonio invece gode di una maggiore libertà di nuocere se è l’uomo stesso che, con il suo peccato, gli lascia lo spazio per agire. Il demonio intende danneggiare l’uomo sia nel corpo che nello spirito.

Egli arreca il danno fisico o di propria iniziativa, e allora si ha il fenomeno della cosiddetta possessione o ossessione diabolica, o perché sollecitato da qualche creatura umana male intenzionata, e abbiamo allora la stregoneria o magia nera, che - da parte dell’uomo che commette tale azione - costituisce un grave peccato di superstizione. Nella sua azione contro la dimensione psicofisica della persona, il demonio provoca delle grandi sofferenze psicologiche. Ma l’azione che è da considerarsi come la più dannosa è quella tesa ad istigare al peccato ed è quella che occorre maggiormente temere. Le tre sorgenti della tentazione al peccato sono, secondo la Tradizione spirituale cristiana, la carne, il mondo ed il Demonio.
La tentazione cosiddetta della carne è quella che viene da noi stessi, dai nostri vizi, dalle nostre debolezze. Alcuni peccati sono più legati al corpo, come ad esempio la gola o la lussuria…; altri sono maggiormente connessi alla vita psico-spirituale, come ad esempio la superbia, l’invidia, la menzogna, l’ipocrisia.

La tentazione del mondo è quella che viene dagli altri uomini, dall’ambiente umano nel quale viviamo, dai nostri nemici dichiarati o dai falsi amici, cioè dagli ipocriti che ci spingono a peccare mediante l’attrattiva dei piaceri, degli onori, delle ricchezze e della gloria umana. Vi sono poi, anche coloro che ci opprimono, ci provocano, ci tormentano in vario modo, rendendoci difficile la pratica della virtù.
La tentazione del demonio non è facile da riconoscere, ma la Sacra Scrittura ci comanda espressamente di guardarci dalle tentazioni diaboliche e di vigilare (1 Pt 5,8-9). Il regno delle tenebre del demonio è l’instaurazione nel nostro mondo di una Anti-Chiesa, cioè di un regno della menzogna (darwinismo, marxismo, scientismo), dell’immoralità (libera droga, matrimoni omosessuali, pornografia, aborto ed eutanasia di stato) e dell’ateismo e dell’incredulità (il relativismo che Papa Benedetto XVI continuamente denuncia), quindi di un potere organizzato ed efficiente del male che, servendosi di strumenti e strutture politiche, economiche, sociali e culturali tiene l’umanità in sua balìa, impedendo a grandi masse umane, specie giovanili, di conoscere la verità, di vivere secondo la retta legge morale e di conoscere e di adorare Dio ed il suo Figlio Gesù Cristo crocifisso e risorto per la nostra salvezza.

Non dimentichiamo mai di invocare nella lotta contro lo spirito delle tenebre il potentissimo arcangelo San Michele ed i Santi angeli di Dio. Benedetto XVI, riguardo a San Michele, nell’omelia per l’ordinazione di sei nuovi Vescovi il 29 settembre 2007, ha affermato: “Di questo Arcangelo si rendono evidenti due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del “serpente antico”, come dice Giovanni.

E’ il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. […]Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. […] L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del popolo di Dio”. E’ importante invocare il Principe delle schiere angeliche in particolar modo con la preghiera composta da Leone XIII e raccomandata anche dal Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II: “San Michele arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che viene da Dio, ricaccia nell’inferno satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime”.

Don Marcello Stanzione