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martedì 15 luglio 2014

Può il diavolo portare sfortuna? - Mons. Andrea Gemma

Questa è una delle domande più frequenti che la gente fa ai sacerdoti perché pensano che soffrono di qualsiasi tipo di malattia. 
La prima cosa da rispondere è che, visto dalla prospettiva cristiana, parlare di fortuna o sfortuna, è un modo molto superficiale di vedere la cose.
Ho detto superficiale, anche se bisogna dire che parlando normalmente si potrebbe accettare, ma parlando teologicamente, no.

Tutto ciò che esternamente appare come sfortuna deve essere considerato come una prova; e tutto ciò che esternamente appare come fortuna deve essere considerato come una benedizione. 

In effetti Dio permette il male ed anche tutto ciò che è come il male, incluso il diavolo.
Ma come si può sapere se il diavolo è infiltrato in mezzo a tutti i mali che ci accadono?

Non si può sapere, visto che pur essendo reale è invisibile. 
Solamente quando i fatti sono completamente inspiegabili, sia per il modo in cui sono successi, sia per l'impossibile concatenazione fra di essi, allora si potrebbe pensare che c'è un qualsiasi tipo di causa diabolica.

Quindi il sacerdote deve rispondere che non si può sapere se questi avvenimenti sono prodotti dal diavolo o no. Ma se c'è un influsso maligno, l'unico modo di fermarlo è con la preghiera.
La preghiera, bisognerà rispondere, è ciò che attrae la benedizione divina e allontanerà il demonio. Sicuramente le persone chiederanno quante preghiere bisogna fare e quali.
La mia risposta è sempre questa: Quanto più si preghi tanto più attirerà la benedizione di Dio su di lei e sui suoi.La gente cerca modi complicati e quasi magici per trovare la pace, bisogna spiegargli che Dio è un Dio semplice.

- Mons. Andrea Gemma - 



lunedì 14 luglio 2014

Mons. Andrea Gemma e l'esorcismo

Nel processo di scristianizzazione in atto in Occidente, cioè di perdita di senso religioso della vita, a farne le spese sono stati anche gli angeli, nel senso che non se ne parla più né di quelli buoni né di quelli maligni. 

Questo, però, diciamo noi teologi, è un’estensione impropria. 
È vero che nella Bibbia ogni tanto si dice “l’angelo del Signore” per indicare un intervento di Dio. Però questo non significa che non si debba riconoscere che esistano nella creazione anche gli spiriti angelici. Basterebbe ricordare la vicenda di Tobia, cioè l’apparizione dell’angelo Raffaele. 
Basterebbe ricordare, venendo al Nuovo Testamento, l’annuncio a Maria da parte dell’angelo Gabriele. E via dicendo. 

Resta il fatto che questa preoccupazione di non esagerare nell’intervento angelico ha portato a una quasi cancellazione della loro missione, del loro intervento, della loro realtà. Se, invece, scorriamo la agiografia, cioè la vita dei santi, vediamo che l’intervento angelico è frequentissimo. 
Io sono devotissimo d’una santa abbastanza moderna, santa Gemma Galgani, la quale vedeva abitualmente il suo angelo custode. 

Tanto è vero che, spesso, il demonio che la voleva ingannare prendeva addirittura le forme del suo angelo custode. Sennonché, per una di quelle stupidità dello spirito maligno, esso si faceva facilmente riconoscere. 
Tempo fà un posseduto gridava e mi diceva: “Tu hai una grande forza, perché hai suscitato una generale ripresa del discorso sul demonio, mentre noi stavamo tanto bene quando questo discorso era velato”. 
Ecco, adesso sembrerebbe quasi colpa di noi esorcisti... Parlo al plurale. 
Io non mi metto in prima fila.
Comunque, l’aver taciuto sul demonio è stata una sua parziale vittoria. 

Il posseduto di cui ho parlato diceva: “Noi stavamo tanto bene, tranquilli. Mentre, invece, questo lungo discorso che voi state facendo ci sta provocando molto male”. 
Non dobbiamo dimenticare, e anche questa domanda l’ho fatta parecchie volte ai posseduti, che gli spiriti ribelli sono innumerevoli. 
Basterebbe ricordare l’episodio evangelico del demonio che si professa legione, dicendo “siamo in tanti”. 
La stessa cosa hanno confessato al sottoscritto parecchi dei posseduti che sono venuti sotto le mie mani. Proprio qui sorge un’ulteriore domanda. Papa Leone XIII ebbe quel famoso sogno sull’influenza del demonio nella società moderna, che lo portò a istituire l’Esorcismo breve che si recitava dopo la Messa, poi cancellato dalle riforme liturgiche. 
Papa Paolo VI parlò del “fumo di Satana” che era penetrato perfino nel tempio di Dio. Se c’è una coscienza di questa presenza maligna, perché non c’è una coscienza altrettanto forte del bisogno di contrastarla?
Questa è una grave deficienza della pastorale della nostra Chiesa. E io lo dico senza timore di essere smentito. 

Molti vescovi, devo dirlo sinceramente, non sentono questa necessità. Io ho domandato ad un posseduto che mi rimproverava, appunto, l’essere io un po’ fuori dal comune: “Perché molti dei miei confratelli non fanno la stessa cosa?” Sapete qual è stata la risposta del posseduto? “Perché molti dei tuoi confratelli hanno paura”. 
Non eseguono quello che hanno promesso, quello che sta nel loro potere. 
Se non interviene il vescovo, se non si interessa il vescovo, chi lo deve fare? Se è vero, come è vero, che l’ufficio di esorcista è stato affidato dall’autorità ecclesiastica ai vescovi. Il vescovo è, di natura sua, un esorcista. Quindi, sarebbe molto bello che tutti i vescovi, almeno saltuariamente, esercitassero questo ministero. 
Il demonio mi ha detto: se tutti i vescovi facessero come te, noi saremmo sconfitti.

Il guaio è che non tutti i vescovi fanno questo. Perché non lo fanno? 

Hanno molto da fare? Può darsi. Ma io penso che in questo caso lo spirito della menzogna abbia detto il vero. Non mantengono fede alle promesse che hanno fatto perché hanno paura, una paura misteriosa. 
Quasi come se trattare di questa materia significasse entrare in qualcosa di tenebroso, di misterioso, di esoterico. 
Invece no. Io esco dagli esorcismi, a parte un po’ di stanchezza fisica, ma esco sereno, tranquillo, contento. 

Padre Amorth suole dire: "io non ho paura del demonio, è lui che ha paura di me!"

(Mons Andrea Gemma)



martedì 10 giugno 2014

Perché le parolacce vanno considerate come peccato - dal sito Amici Domenicani





Perché le parolacce vanno considerate come peccato

Quesito

Caro padre,
vorrei chiederle chiarimenti sulla mia vita cristiana.
Il primo è il seguente: molte volte mi capita di dire in confessione ho detto parolacce, ma in che misura questo è peccato?
La ringrazio.
Michele

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Risposta del sacerdote

Caro Michele,
1. le parolacce in quanto tali rientrano nel gergo dispregiativo.
Se riferite a una persona costituiscono un insulto.
Se riguardano azioni compiute dal nostro prossimo non costituiscono senz’altro una lode.
Usate nell’intercalare del discorso, oltre a manifestare una fissazione psicologica e verbale su aspetti animaleschi e metabolici, non elevano affatto il nostro discorso e non mostrano la trascendenza della persona sulla vita prettamente materiale.
Gesù dice che “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34).
Allora un discorso condito di volgarità sta a dimostrare davanti a tutti che cosa c’è dentro il nostro pensiero.
Per questo le volgarità e il turpiloquio scappano solo a chi ne ha il cuore pieno.
Per un cristiano, poi, le parolacce o volgarità dicono chiaramente che non si attinge affatto linfa vitale da Cristo.
Per questo san Paolo dice: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie!” (Ef 5,3-4).

2. In genere le volgarità o parolacce non eccedono il peccato veniale. Tuttavia sono un’offesa fatta a Dio perché riducono a significato peggiorativo funzioni e organi da Lui voluti e di per sé necessari alla vita di una persona.
E per questo le volgarità devono essere bandite dalla bocca di un cristiano, anzi di ogni uomo.

Ti ringrazio della domanda, che può sembrare banale, ma non lo è affatto.
Ed è per questo che tu ti sei posto la domanda: perché le parolacce vanno considerate come peccato?
Ti auguro di essere tra quelli che non proferiscono volgarità e trivialità.

Ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Fonte: Amici Domenicani
http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=983


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venerdì 16 maggio 2014

Il Rosario abbatte satana - Don Giuseppe Tomaselli

San Giovanni Bosco ebbe una visione, che poi raccontò ai suoi giovani. Vide in un prato un serpentaccio, lungo sette o otto metri e di una grossezza straordinaria. Inorridì a tale vista e voleva fuggire; ma un personaggio misterioso, che soleva guidarlo nelle visioni,
gli disse: Non fugga; venga qui ed osservi! -
Andò la guida a prendere una corda e disse a Don Bosco: Tenga questa corda per un capo, ma strettamente. - Egli poi passò dall'altra parte del serpente, sollevò la corda e con questa diede una sferzata sulla schiena della bestiaccia. Il serpente fece un salto, volgendo la testa per mordere, ma s'impiglio di più. I capi della corda furono poi legati ad un albero e ad una inferriata. Frattanto il serpente si dimenava e dava tali colpi in terra con la testa e con le spire, che lacerava le sue carni. Così continuò finché morì e rimase solo lo scheletro.
Il personaggio misterioso raccolse la corda, ne fece un gomitolo e la pose in una cassetta; dopo riaprì la cassetta ed invitò Don Bosco a guardare. La corda si era disposta in modo da formare le parole « Ave Maria ». - Veda, gli disse, il serpente raffigura il demonio e la corda l'Ave Maria o piuttosto raffigura il Rosario, che è una continuazione di Ave
Maria. Con questa preghiera si possono battere, vincere e distruggere tutti i demoni dell'inferno. -

Fioretto - Allontanare subito dalla mente i pensieri non buoni, che il demonio suole suscitare.

Giaculatoria - O Gesù, per la tua coronazione di spine, perdona i miei peccati di pensiero!

Don Giuseppe Tomaselli


giovedì 15 maggio 2014

MEDITAZIONI PER IL MESE DI MAGGIO . LA BUGIA . Padre Stefano M. Manelli F.I.

Chi non sa che la bugia è uno dei peccati più comuni fra gli uomini? Con quale facilità, purtroppo, si dice o si fa intendere all'altro una cosa per un'altra! Nel commercio o nell'ufficio, in famiglia o a scuola, al mercato o in fabbrica: quante bugie, slealtà o sotterfugi! Chi potrà numerarle, se non Dio solo?

D'altra parte si è molto superficiali nel considerare la bugia come peccato da poco. E quindi non ci si preoccupa tanto di dir bugie ad ogni occasione di comodo.

Si dirà che sono soltanto bugie di scusa o bugie senza danno o bugie utili ad evitare un male.

Ma san Pio da Pietrelcina diceva che «le bugie di scusa sono la giaculatorie del diavolo»; e ad una penitente che gli chiedeva:

- Padre, le bugie di scusa non si dicono?

Egli rispose seccamente: - No!

- Ma, padre, non portano danno!

- Se non portano danno agli altri - ribatté san Pio - lo portano all'anima tua: Dio è verità!

È figlia del diavolo. «Il diavolo è bugiardo, è padre della bugia» (Gv. 8, 44). Ecco chi è il vero padrone delle nostre bugie! È lui che ci offre tutte le menzogne che noi distribuiamo di qua e di là con tanta disinvoltura. Poveri noi!

Se ci rendessimo conto di questa realtà, comprenderemmo la sensibilità dei Santi nell'opporsi con tutte le forze ad ogni menzogna, per non aver nulla a che fare con il «padre della bugia».

L'angelico ragazzo Guido di Fontgalland, prediletto della Madonna, provava un sincero orrore per ogni minima bugia.

Una volta la mamma aveva detto alla domestica: «A chiunque oggi mi voglia, dirai che sono uscita». Appena Guido udì queste parole dalla mamma, ebbe un sussulto, si voltò alla mamma e gettandole le braccia al collo disse: «Mamma, perché dici le bugie: la tua e quella della tua cameriera?... Io sarei più contento di aver male ai denti, piuttosto che dire una cosa non vera».

Meglio soffrire per la verità che godere per la menzogna. Meglio la sofferenza con Dio che il piacere con il demonio.

«Sì sì, no no»

Dio è luce di verità. Il diavolo è tenebra di menzogna. L'anima sincera è luminosa. L'anima menzognera è tenebrosa.

Noi cristiani dobbiamo essere «figli della luce» (Gv. 12, 36); Gesù ci ha detto che il nostro parlare dev'essere schietto e leale: «Sì sì, no no» (Mt. 5, 37).

Parlare con inganno mascherando la verità è l'arte malvagia del «serpente antico» (Ap. 12, 9) che ingannò Adamo ed Eva nell'Eden (Gen. 3, 17). In questo consiste la bugia: dire il contrario di ciò che si pensa con l'intenzione di ingannare.

«Non dire falsa testimonianza» (Lc. 18, 20) è il comandamento di Dio che ci mette in lotta contro «il padre della bugia». Dobbiamo essere energici per parlare sempre con verità, ad ogni costo.

San Giovanni Canzio, un prete polacco, una volta venne depredato da due briganti. Gli tolsero tutto quello che aveva nelle tasche, e gli chiesero infine: «Avete altro?». «No», rispose il Santo. I briganti se ne andarono. Ma san Giovanni Canzio si ricordò all'improvviso di aver cucito alcune monete nel vestito. Rincorse i briganti, e offrì loro anche queste. I briganti rimasero così edificati, che non solo rifiutarono, ma gli restituirono tutto quello che gli avevano tolto.

«Profanazione della parola»

Il Catechismo si dilunga, giustamente, a parlare della menzogna, presentandola sotto aspetti diversi nei suoi contenuti di peccato.

«La menzogna è l'offesa più diretta alla verità. Mentire è parlare e agire contro la verità per indurre in errore chi ha il diritto di conoscerla» (n. 2483).

«Se la menzogna, in sé, non costituisce che un peccato veniale, diventa mortale quando lede in modo grave le virtù della giustizia e della carità» (n. 2484).

«La menzogna è una profanazione della parola, la cui funzione è di comunicare ad altri la verità conosciuta» (n. 2485).

«La menzogna è un'autentica violenza fatta all'altro. Lo colpisce nella sua capacità di conoscere, che è la condizione di ogni giudizio e di ogni decisione. Contiene in germe la divisione degli spiriti e tutti i mali che questa genera» (n. 2486).

Attenti alle bugie, dunque! Esse sono causa di tanti mali spirituali e temporali.

«Lingua d'impostura»

È vero che molte volte la verità ci costerà disagi e dolori anche gravi. È vero. Ma che cosa è ciò di fronte all'offesa a Dio? Di fronte al giudizio e ai castighi di Dio?

«La tua lingua è come lama affilata
artefice di inganni.
Tu preferisci il male al bene,
la menzogna al parlare sincero.
Ami ogni parola di rovina
o lingua d'impostura.
Perciò Dio ti demolirà per sempre» (Sal. 51, 4-7).

Sant'Andrea Avellino era un avvocato. Una volta nel difendere una causa, si lasciò sfuggire una lieve bugia. Era rattristato per questa debolezza, quando gli capitò di leggere questo versetto della Scrittura: «La bocca che dice menzogne uccide l'anima» (Sap. 1, 11).

Non esitò oltre. Sospinto da una grazia impetuosa, si ritirò dal mondo, si fece religioso, e divenne Santo. Fu il premio della sua delicatezza di coscienza.

Facciamo nostra questa bella massima di san Vincenzo de' Paoli: «La nostra lingua deve esprimere al di fuori le cose, come le abbiamo dentro; altrimenti, bisogna tacere».

Dire la verità, o tacere.

«La Vergine in ascolto»

Se tutti leggessimo e meditassimo la pagina dell'Epistola di san Giacomo sulla lingua, ameremmo certamente di più il silenzio e staremmo più attenti ad usare questa lingua che spesso è «un fuoco, è il mondo dell'iniquità...: è un male ribelle, è piena di veleno mortale» (Giac. 3, 6 e 8).

Bugie, falsità, errori, calunnie, maldicenze, offese, turpiloquio, bestemmie...: tutto passa per la lingua. E quanto spesso il nostro parlare è infetto da tali mali, senza che neppure lo vogliamo!

Guardiamo alla Madonna, invece. Quanto silenzio nella sua vita! Silenziosa e luminosa, Ella compare nel Vangelo e sta accanto a Gesù mentre «conserva tutte le parole meditandole nel suo cuore» (Lc. 2, 19).

Giustamente il Papa Paolo VI l'ha chiamata «Vergine in ascolto» (Marialis cultus, n. 17), presentandola quale modello perfettissimo della Chiesa nell'incessante rapporto con Dio, non turbato da «parole vane» (Ef. 5, 6) né profanato da «parole mendaci» (Prov. 30, 8).

Fioretti

- Leggi e medita la pagina di san Giacomo sulla lingua (Giac. 3, 1-12).

- Bacia spesso il Crocifisso chiedendogli perdono dei peccati di lingua.

- Prega la Madonna di farti dire sempre la verità o tacere, mai mentire.



venerdì 14 marzo 2014

TEMIAMO IL GIUDIZIO DI DIO - Sant'Agostino

Cosa diceva dunque il Signore? Ecco, io giudico fra pecora e pecora e fra i montoni e i capri . 
Io giudico. Grande sicurezza! 
È lui che giudica: stiano tranquilli i buoni. Il loro giudice non si lascia corrompere da alcun avversario, né circuire da alcun avvocato, né ingannare da alcun [falso] teste. Ma quanto debbono essere tranquilli i buoni, altrettanto debbono temere i cattivi. 
Egli non giudica in maniera che gli si possa nascondere qualcosa. O che forse nel giudicare Dio cercherà dei testimoni per conoscere quale tu sia?. Come potrebbe ingannarsi sulla tua condizione colui che anticipatamente sapeva ciò che saresti stato? 
Egli interroga te, non un altro che lo informi su di te. Dice: Il Signore interroga il giusto e l'empio. 
Interroga te, non per sapere qualcosa da te ma per confonderti. 
Avendo dunque un giudice che nessuno può ingannare a nostro sfavore o a nostro favore, comportiamoci in modo da non dover temere il suo futuro giudizio ma piuttosto aspettiamolo e desideriamolo. 
O che forse il buon grano teme d'essere riposto nel granaio? Anzi, lo brama ardentemente e lo desidera. 
O che le pecore temono d'essere collocate alla destra? Anzi, nulla procede per loro così a rilento quanto l'attesa che ciò avvenga. Gente di questa categoria dice di cuore e con tutta sincerità: Venga il tuo regno. 
Quanto ai cattivi, viceversa, a queste parole il loro cuore trepida e la lingua inciaccia. 
Con che disposizione infatti dici: Venga il tuo regno? Ecco che sta per venire: come ti troverà? 
Comportati dunque in modo da poter pregare con tranquillità. E se per caso nella tua coscienza c'è qualche errore o peccato, hai il rimedio nella stessa orazione: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori . Dio ha voluto che tu [gli] fossi debitore avendo a tua volta dei debitori. Col peccato ti rendi nemico di Dio, ma bada se per caso non abbia anche tu un qualche nemico. Perdonagli e ti sarà perdonato. 
Ciò che fai tu, uomo soggetto al peccato, lo farà a te colui che non può essere giudicato reo di alcun peccato. 
Se invece tu, pur essendo immerso nel peccato, non vuoi perdonare a chi pecca contro di te né consideri nel tuo simile la tua propria condizione né hai paura delle cadute in cui ti fa incorrere la tua fragilità, cosa pensi che ti farà colui che giudica con quella sicurezza che gli accorda il fatto di non poter mai peccare?

Sant'Agostino



lunedì 3 febbraio 2014

Papa Francesco e il peccato – omelia del 31 gennaio 2014

Un peccato grave, come ad esempio l’adulterio, derubricato a “problema da risolvere”. 

La scelta che compie il re Davide, narrata nella prima Lettura di oggi, diventa lo specchio davanti al quale Papa Francesco pone la coscienza di ogni cristiano. Davide si invaghisce di Betsabea, moglie di Uria, un suo generale, gliela prende e spedisce il marito in prima linea in battaglia, causandone la morte e di fatto perpetrando un assassinio. Eppure, adulterio e omicidio non lo scuotono più di tanto. “Davide si trova davanti a un grosso peccato, ma lui non lo sente peccato”, osserva il Papa. “Non gli viene in mente di chiedere perdono. Quello che gli viene in mente è: ‘Come risolvo questo?’”:

“A tutti noi può accadere questa cosa. Tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati e la tentazione è il pane nostro di ogni giorno. Se qualcuno di noi dicesse: ‘Ma io mai ho avuto tentazioni’, o sei un cherubino o sei un po’ scemo, no? Si capisce… E’ normale nella vita la lotta e il diavolo non sta tranquillo, lui vuole la sua vittoria. Ma il problema – il problema più grave in questo brano – non è tanto la tentazione e il peccato contro il nono comandamento, ma è come agisce Davide. E Davide qui non parla di peccato, parla di un problema che deve risolvere. Questo è un segno! Quando il Regno di Dio viene meno, quando il Regno di Dio diminuisce, uno dei segni è che si perde il senso del peccato”.

Ogni giorno, recitando il “Padre Nostro”, noi chiediamo a Dio “Venga il Tuo Regno…”, il che – spiega Papa Francesco – vuol dire “cresca il Tuo Regno”. Quando invece si perde il senso del peccato, si perde anche “il senso del Regno di Dio” e al suo posto – sottolinea il Papa – emerge una “visione antropologica superpotente”, quella per cui “io posso tutto”:

“La potenza dell’uomo al posto della gloria di Dio! Questo è il pane di ogni giorno. Per questo la preghiera di tutti i giorni a Dio ‘Venga il tuo Regno, cresca il tuo Regno’, perché la salvezza non verrà dalle nostre furbizie, dalle nostre astuzie, dalla nostra intelligenza nel fare gli affari. La salvezza verrà dalla grazia di Dio e dall’allenamento quotidiano che noi facciamo di questa grazia nella vita cristiana”.

“Il più grande peccato di oggi è che gli uomini hanno perduto il senso del peccato”.

Papa Francesco cita questa celebre frase di Pio XII e poi sposta lo sguardo su Uria, l’uomo incolpevole mandato a morte per la colpa del suo re. Uria, dice il Papa, diventa allora l’emblema di tutte le vittime della nostra inconfessata superbia:

“Io vi confesso, quando vedo queste ingiustizie, questa superbia umana, anche quando vedo il pericolo che a me stesso avvenga questo, il pericolo di perdere il senso del peccato, mi fa bene pensare ai tanti Uria della storia, ai tanti Uria che anche oggi soffrono la nostra mediocrità cristiana, quando noi perdiamo il senso del peccato, quando noi lasciamo che il Regno di Dio cada… Questi sono i martiri dei nostri peccati non riconosciuti. Ci farà bene oggi pregare per noi, perché il Signore ci dia sempre la grazia di non perdere il senso del peccato, perché il Regno non cali in noi. Anche portare un fiore spirituale alla tomba di questi Uria contemporanei, che pagano il conto del banchetto dei sicuri, di quei cristiani che si sentono sicuri”.

Papa Francesco, omelia del 31 gennaio 2014



sabato 28 settembre 2013

“Chi vuol fare l’Angelo fa la bestia !” diceva Pascal - don Marcello Stanzione

E’ l’errore di ogni corrente dualista ; fu anche quella di Lucifero quando cadde. I demoni non sono che delle creature, molto alte certamente malgrado la loro sconfitta, ma delle creature. 

Se l’uomo, ridotto alle sue sole forze, non è all’altezza ovviamente da affrontare il Serafino Lucifero, Principe di questo mondo e re incatenato degli Inferi, né il bello e seducente Asmodeo, Cherubino divenuto ministro dell’impurità e della lussuria, né il Trono Mammona che ispira la passione dell’oro , del denaro e dell’amore esclusivo delle ricchezze materiali, né la Dominazione Belzebù, “il Signore delle Mosche”, che suscita i culti idolatri (I nomi dei tre grandi demoni, ministri di Lucifero, figurano nella Bibbia. Asmodeo è segnalato nel Libro di Tobia, Mammona e Belzebù nel Vangelo (San Matteo 6,24 e 12,24-30).

Quanto alla loro appartenenza a tale o talaltra Gerarchia angelica prima della loro caduta, essa è presa dal Trattato dell’Inferno di Santa Francesca Romana. ), egli ha su di essi tutti i vantaggi naturali della sua angelicità, quelli che gli davano la superiorità sulla natura umana. Fin dall’inizio, i progetti di Lucifero sono votati alla sconfitta, tutto quello che egli intraprende si ritorce finalmente contro di lui.

E’ a questa guerra assurda che si riferisce il versetto della Genesi, quando Giuseppe perdona i suoi fratelli che l’avevano una volta venduto come schiavo agli Egiziani : “I vostri disegni contro di me erano perversi, al fine di dare la vita ad un popolo immenso” (Gen.50,20).

Lucifero vuole fare il male, ma da questo male, Dio estrae sempre un bene, ed è perché Egli lo tollera. Offrendo la conoscenza del bene e del male ad Eva, persuadendola di gustarvi sotto il pretesto che il divieto di Dio non procedeva dalla saggezza e dalla bontà, ma dalla tirannia e dall’egoismo, il Serpente-Satana credeva di scatenare contro la coppia imprudente una giustizia altrettanto severa di quella di cui lui era stato oggetto.

In effetti, il castigo si abbatte sull’umanità, ormai schiavo del Padrone che ha preferito a Dio : la vita umana in rottura con l’ordine voluto dal Creatore sarà una vita di sofferenza, di lavoro, di sangue e di lacrime, ed essa sboccherà sul “salario del peccato, la morte” (San Paolo, Lettera ai Romani 6,22). Ma, appena ha pronunciato la sentenza della Sua Giustizia, Dio lascia parlare il Suo Amore e promette il rimedio ai mali annunciati : “Porrò inimicizia tra la Donna e te, la sua discendenza ed la tua. Ella ti schiaccerà la testa e tu le morderai il tallone !” (Gen. 3,15).

Il diavolo credeva di avere annientato per l’uomo ogni speranza di accedere alla felicità eterna; di fatto, egli ha precipitato le cose, trascinando la necessità della Redenzione e la venuta del Redentore : la discendenza della Donna, il Figlio della Vergine Madre, il Cristo, Dio fatto uomo. Lucifero ha provocato quello che voleva con tutta forza impedire.

E quando, nel deserto, egli identifica in Gesù l’Incarnazione del Verbo, Quello che rifiutò di adorare all’inizio, quando decise di congiurare contro di Lui l’odio dei farisei, l’ambizione smisurata di Giuda, la vigliaccheria degli apostoli e l’impotenza di Pilato, Satana provoca la morte del Redentore, ma precipita nella sua propria sconfitta.

Sì, il Serpente ha morso la razza della donna nel tallone, e questo morso l’ha uccisa, l’ha inchiodata sulla croce ; ma, morendo, Colui che era immortale per essenza e non era, nella Sua Incarnazione, assoggettato al salario del peccato, inghiottì questa morte che il diavolo aveva introdotta nella Creazione

Libro della Sapienza 2,23-24 :

“Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità. Ne ha fatto una immagine della Sua propria natura. E’ per l’invidia del Diavolo che la morte è entrata nel mondo”. E, con la morte, salario del peccato, è il peccato stesso che smette di estendere il suo impero su quelli che Cristo ha riscattato con la Sua Passione. Satana sa bene che la lotta è perduta. Rimane che, in queste continue battaglie di retroguardia, egli ottiene l’ultima soddisfazione di strappare, ancora e sempre, delle anime umane a quella felicità del Paradiso che egli invidia e detesta allo stesso tempo.

Ogni volta che egli aiuta un’anima a dannarsi per l’eternità nell’Inferno, il diavolo insulta la morte del Redentore.

E voi sapete anche che ogni uomo costa.

E che l’uomo è costato il sangue stesso di un Dio.

E voi sapete così con quale atroce strada

Un condannato salì fin nel più alto luogo.

Voi sapete oggi quello che ognuno riporta.

Voi avete stabilito questo conto temuto.

O vanamente seduto al soglio dell’altra porta :

L’uomo rapporta poco per quello che è costato.

(Charles Péguy, Eva).

Ma, per i cristiani, se essi vivono secondo la loro fede, l’impresa di Satana non è da temere. La vittoria di Cristo è la loro vittoria definitiva.Limitata dalla sua sconfitta nel suo primo stato, sottomessa al permesso di Dio e contenuta negli stretti limiti di quello che ogni anima è suscettibile di sopportare con il soccorso della Grazia, l’azione demoniaca può essere vigorosamente e vittoriosamente combattuta.

“Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi ? Lui che non ha risparmiato il Suo proprio Figlio ma L’ha consegnato per tutti noi, come con Lui non ci accorderà ogni favore ? Chi si farà l’accusatore di quelli che Dio ha scelti ? E’ Dio che giustifica. Chi dunque condannerà ? Cristo Gesù, Colui che è morto, che dico, risuscitato, che è alla destra di Dio, che intercede per noi ? Chi ci separerà dall’amore di Cristo ? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada ? Secondo la parola della Scrittura: a causa Tua, ci si mette a morte lungo tutto il giorno ; siamo diventati come pecore da macello? Ma, in tutto ciò, noi siamo i grandi vincitori per Colui che ci ha amati!

Sì, ne sono certo, né morte né vita, né Angeli né Principati, né presente né avvenire, né Potenze, né altezze né profondità, né nessun’altra creatura, potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù nostro Signore” (San Paolo, Lettera ai Romani 8,31-39).

Don Marcello Stanzione




mercoledì 14 agosto 2013

FRUTTI CHE L'ANIMA CRISTIANA DEVE RIPORTARE DALL'AVER ASSISTITO ALLA S. MESSA

I. Fuga del peccato: potrebbe l'anima cristiana indursi a peccare dopo aver assistito al sacrificio d'una Vittima divina per la remissione dei peccati degli uomini, e per questa maniera chiamare sopra di sé l'ira del Figlio, che Si è sacrificato, e del Padre a Cui se n'è fatta l'immolazione?

II. Vita di penitenza e di sacrificio: l'anima cristiana, che ha veduto Gesù sacrificare Se stesso per ottenerle la remissione delle colpe da lei commesse, deve pensare che, se Gesù Cristo fece per lei quello a cui essa non poteva bastare, ella non è dispensata perciò dall'aggiungere all'immolazione divina quelle opere di espiazione che si convengono a chi fu peccatore.

III. Perdono di qualsivoglia offesa ricevuta: alla vista dell'Agnello divino, Che S'immola per ottener agli uomini peccatori il perdono delle offese ch'essi fanno alla Maestà divina, avrà il cristiano difficoltà a perdonare le offese ch'egli possa aver ricevuto dai suoi fratelli? Ah! Veramente, chi negasse di perdonare sarebbe indegno d'assistere al grande sacrificio del divino perdono!

IV. Carità ardente, operosa, universale: sia essa ardente, ad imitazione di quella che trasse l'Uomo-Dio a morir sulla croce ed a rinnovare ogni dì sull'altare l'incruento sacrificio. Sia operosa, secondo l'ordinazione divina a questo riguardo; la quale a noi si manifesta specialmente per la natura dei doveri del nostro stato. Quanto poi alla nostra disposizione interiore, essa sia universale.



lunedì 27 maggio 2013

I sette peccati contro l'Eucaristia

Perché sia salda la chiarezza della fede nella Presenza eucaristica e indiscussa la fedeltà a tale Presenza, ricordiamo la denuncia già fatta dei sette peccati contro la Santissima Eucaristia.

1. Non creder nella Messa come sacrificio, ma celebrarla solo come convito fraterno, come invito alla festa e alla gioia, non alla preghiera e di rin­graziamento e alla penitenza.

2. Negare la partecipazione all'offerta cruenta della Croce sacramentalmente ripresen­tata sull'altare nella celebra­zione di ogni messa.

3. Non credere che le parole della consacrazione produco­no la vera, reale, sostanziale presenza di Gesù Cristo sotto le specie eucaristiche, rite­nendo tale presenza solo simbolica.

4. Non curarsi di briciole e frammenti del pane consacra­to caduti durante la celebra­zione, non considerandoli più materia del sacramento.

5. Non inginocchiarsi durante la Consacrazione, né davanti al tabernacolo, poiché l'Ostia sarebbe solo un simbolo e non il vero Corpo di Cristo.

6. Giudicare superflua la Con­fessione sacramentale prima di comunicarsi, anche in stato di peccato mortale, perché sarebbe sufficiente amare Cristo, fidarsi dei suoi meriti e rimettersi alla misericordia del Padre. Con la conseguen­te moltiplicazione dei sacri­legi.

7. Ritenere che basti la recita del Confiteor per ottenere il perdono dei peccati mortali, dimenticando che Gesù ha detto ai suoi apostoli: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Gv. 20)


mercoledì 1 maggio 2013

La superbia è il peggiore e il più ridicolo dei peccati.


La superbia è il peggiore e il più ridicolo dei peccati.

Quando l'orgoglio si impadronisce dell'anima, non è strano che, legati l'uno all'altro, gli vengano dietro tutti gli altri vizi: avarizia, intemperanza, invidia, ingiustizia...

Il superbo tenta inutilmente di sbalzare dal suo trono Dio, misericordioso con tutti, e installarsi al suo posto, portando con se tutta la sua crudeltà.

Dobbiamo chiedere al Signore che non ci lasci cadere in questa tentazione.

La superbia è il peggiore e il più ridicolo dei peccati.

Se riesce a irretire qualcuno con le sue multiformi allucinazioni, la persona soggiogata si riveste di apparenze, si riempie di vuoto, si gonfia come la rana della favola, piena di presunzione, fino a scoppiare.

Anche umanamente la superbia è sgradevole: chi si considera superiore a tutti e a tutto, non fa che contemplare se stesso e disprezzare gli altri, che lo ricambiano burlandosi della sua vanità.
(Amici di Dio, 100)


martedì 30 aprile 2013

Il peccato contro lo Spirito Santo - Padre Giulio Maria Scozzaro


“Chiunque parlerà contro il Figlio dell’Uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”.

Rappresenta una delle frasi più misteriose dette da Gesù, ma non voleva lasciarla nel mistero, come sempre era perfetta la definizione che dava ad ogni cosa, e l’atteggiamento di quanti rifiutano il perdono da Dio, è una bestemmia che non potrà ricevere alcuna Grazia.

Trascrivo quanto ho già scritto nel mio libro “La corruzione nella Chiesa” riguardo la bestemmia contro lo Spirito Santo.

«Dopo avere chiarito cosa avverrà a chi Lo riconoscerà e a chi Lo rifiuterà, Gesù afferma che “chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”.

La confusione su questa frase è immensa, ognuno dà una spiegazione personale, secondo la maturità della vita spirituale. In effetti, sembrerebbe delimitare la misericordia infinita di Gesù, il suo desiderio di salvare tutti i peccatori.

Bisogna chiarire due cose:

il peccato della bestemmia può essere perdonato nella Confessione, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere perdonata.

Separiamo la bestemmia come tale e l’atteggiamento peccaminoso che è un oltraggio allo Spirito Santo.

“La bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata”, si spiega che con molta difficoltà si otterrà il perdono, non per mancanza di amore o di potenza di Dio (è dogma di Fede che la Chiesa può rimettere tutti i peccati senza alcuna eccezione) ma per la chiusura all’azione della Grazia da parte di chi commette quel peccato.

Non è Gesù a rifiutare il perdono, è il peccatore a rifiutare il perdono.

La maggior parte non se ne rende conto, tanto è ottenebrato l’intelletto, non ha alcun desiderio di chiedere perdono a Gesù.

E questo succede anche a tutti coloro che pur pregando (!?), hanno una condotta di vita spregiudicata e insensibile alle cose di Dio. Non si tratta del classico peccatore come lo intendiamo, che può, senza limiti e alcun problema, convertirsi e cominciare una vita santa.

Riguarda chi riconosce che determinate opere sono di Gesù e nella sua follia le attribuisce al diavolo.

Perché non è interessato a Gesù né alla vita di Grazia.

Succede soprattutto a Sacerdoti e Prelati. Nessuno è escluso.

Quindi, la bestemmia contro lo Spirito Santo è quella di coloro, che chiudono gli occhi davanti alle opere di Dio, e respingono ostinatamente le sue opere, addirittura attribuendole al diavolo, identificando così lo Spirito Santo con lo spirito maligno, come facevano i farisei.

Vediamo innanzitutto i sei peccati contro lo Spirito Santo indicati dal Catechismo:
1) l’impugnazione della verità conosciuta;
2) l’invidia della Grazia altrui;
3) la disperazione della salvezza;
4) la presunzione di salvarsi senza merito;
5) l’ostinazione nel peccato;
6) l’impenitenza finale.

Si tratta di ostinazione nel peccato, e viene commessa sapendo di andare contro Dio, è un’irriverenza ribelle, arrecando umiliazione intenzionale alle cose legate a Dio, sapendo con precisione a chi dichiara guerra.

E un Prelato iscritto alla Massoneria commette il peccato contro lo Spirito Santo.

Una malattia viene dichiarata insanabile quando l’ammalato rifiuta la medicina, allo stesso modo c’è una specie di peccato che non si rimette né si perdona, perché il peccatore rifugge dalla Grazia di Dio, che è il rimedio suo proprio.

Rifugge perché rifiuta la Grazia.

Addirittura avversa la Grazia di Dio, la combatte nelle persone oneste, la vuole sradicare dal mondo. Questa è la bestemmia contro lo Spirito Santo e non può essere perdonata, perché il peccatore non riuscirà più a tornare indietro.

Gode addirittura di rimanere nella disperazione perché l’odio verso Dio lo rende folle, lo acceca, lo fa diventare come un demonio.

Lo afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo” (CCC 1864).

Il peccatore dovrebbe rivolgersi a Gesù con un atteggiamento di riconoscenza, non di bestemmia.

Dio può aprirsi la strada nonostante tutti gli ostacoli frapposti dagli uomini, ma può anche talvolta abbandonare certi progetti di misericordia per la durezza di cuore di questi stessi uomini.

In ogni caso, guai a coloro che, chiamati a collaborare a questi progetti divini con la migliore disposizione di mente e spirito, si oppongono di fatto ai suoi disegni, troppo legati come sono a vedute, istituzioni e criteri puramente umani.

Chi tradisce Gesù non desidera più la sua Misericordia, rimane indifferente alla sua Grazia.

I Prelati massoni sono ancora più responsabili, non solo Lo tradiscono, ma si adoperano per distruggere la sana dottrina tradizionale dell’unica Chiesa fondata dalla Santissima Trinità».

È una spiegazione molto chiara sulla bestemmia contro lo Spirito Santo, era l’atteggiamento utilizzato dai farisei contro Gesù: essi si chiudevano alla Grazia di Dio perché negavano l’evidenza ed attribuivano al demonio quanto compiva il Figlio di Dio.

I farisei dinanzi all’evidenza di molti miracoli compiuti da Gesù, avevano la sfacciataggine di negare l’evidenza tanto era ottenebrato e indurito il loro cuore.

I farisei di allora e quelli di oggi non vogliono piegare l’intelligenza alla verità provata e non trovano altra soluzione se non quella di attribuire al demonio le opere compiute da Gesù e dai suoi seguaci autentici.

Peccano contro lo Spirito Santo quanti chiudono occhi e mente dinanzi alle opere sante di Dio. Essi si chiudono alla Grazia e non se ne rendono conto, negano così implicitamente la stessa esistenza di Dio.

Gesù perdona tutti i peccati nell’infinita misericordia contenuta nel suo Cuore, ma per ottenere il perdono bisogna riconoscere il peccato, disposizione interiore assente in coloro che chiudono la porta al pentimento perché si considerano nella verità e non comprendono la gravità delle loro parole e delle loro opere.

Chi non cambia certe disposizioni interiori ostinate e piene di cattiveria, si sottrae da sé al perdono di Dio.

Moltissime coscienze sono deformate perché questi cristiani presumono di avere il diritto di perseverare nel male, di agire seguendo i loro pensieri senza più confrontarsi con la parola di Dio.

Occorre pregare molto per quei familiari ridotti in queste condizioni, ogni giorno bisogna chiedere alla Madonna il cambiamento del cuore e di renderli umili e sinceri. Cominciamo da noi stessi, verifichiamo se c’è qualche aspetto indurito e proponiamoci un radicale cambiamento.

Il danno più grave per un cristiano è la perdita del senso del peccato. Quando non si ha più un limite da rispettare, si pecca di continuo e si cade nel peccato contro lo Spirito Santo, in quanto poi non si avrà più la forza spirituale di confessarsi con un pentimento sincero ed umile.

Il cuore indurito conduce il cristiano verso il paganesimo, pur frequentando la Messa e pregando ogni giorno, ma la sua mentalità è più mondana che spirituale. Cerca i piaceri del mondo invece di piacere a Gesù con una vita onesta ed autentica. Arriva a giudicare con criteri molto lontani dalla Legge di Dio, come se Egli non esistesse o non avesse nulla da dividere.

Questa coscienza rilassata e confusa deve cambiare orientamento, principalmente deve rientrare in sé e scoprire questa penosa condizione, poi deve purificarsi iniziando con il rinnegamento verso tutto ciò che si oppone al Vangelo, quindi all’amore, alla verità, alla bontà.

Se non si avverte il peso dei peccati, nel cuore c’è ancora la presenza dell’insensibilità spirituale, perché solo una condizione ci dice che amiamo Gesù: quando si sentono le mancanze come offese commesse contro Gesù.

Così avviene in una buona famiglia: le mancanze di un figlio o di un genitore fanno soffrire tutti gli altri familiari.

Per resistere alle tentazioni ed evitare di peccare facilmente, occorre avere un punto di riferimento, bisogna indirizzare cuore e mente alla santità di Gesù.

Guardando Lui e ricordando la sua Vita, sarà più facile resistere alle inclinazioni verso i peccati, si avrà una forza maggiore per dire no a quanto si riconosce come peccato e offesa contro Gesù.

Ogni volta che si pecca, si tradisce l’Amore di Gesù.

È vero che Lui non fa mancare il suo perdono, ma la ripetizione dei peccati gravi indebolisce la vita spirituale e si rimane sempre stabili ad un livello basso.

Il cristiano che non controlla la sua vita spirituale e commette con facilità peccati gravi con le cattive opere e con giudizi temerari, non riconosce più Gesù come Dio, ne diventa un avversario perché le sue opere non sono più buone.

“Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli Angeli di Dio”.

A meno che quel cristiano non cambi comportamento, pentendosi con sincerità di tutti i peccati e proponendosi una nuova vita.

Diversa è la condizione di quanti seguono Gesù con umile abbandono, anche se commettono errori per debolezza e fragilità.

È diverso cadere nel peccato per debolezza, dall’amare i peccati gravi e cercarli con facilità.

Questi credenti lottano i peccati e non commettono scandali davanti agli uomini con opere disoneste e un linguaggio malizioso.

A questi Gesù dice: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio
dell’Uomo Lo riconoscerà davanti agli Angeli di Dio”.


Padre Giulio Maria Scozzaro 


sabato 6 aprile 2013

I PECCATI CHE REGALANO PIÙ CLIENTI ALL'INFERNO




INSIDIE IN AGGUATO

È particolarmente importante tener presente la prima insidia diabolica, che trattiene tante anime nella schiavitù di satana: è la mancanza di riflessione, che fa perdere di vista il fine della vita. II demonio grida alle sue prede: "La vita è un piacere; dovete cogliere tutte le gioie che la vita vi regala".

Gesù invece sussurra al tuo cuore: "Beati quelli che piangono". (cfr. Mt 5,4). "Per entrare in Cielo bisogna farsi violen­za". (cfr. Mt 11,12). "Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua"(Lc 9,23).

Il nemico infernale ci suggerisce: "Pensate al pre­sente, perché con la morte tutto finisce!".

II Signore invece ti esor­ta: "Ricordati dei novissimi (la morte, il giudizio, l'in­ferno e il Paradiso) e non peccherai".

L'uomo impiega buona parte del suo tempo in tanti affari e dimostra intelligen­za e scaltrezza nell'acqui­stare e conservare i beni ter­reni, ma poi non impiega neppure le briciole del suo tempo per riflettere sulle ne­cessità molto più impor­tanti della sua anima, per cui vive in un'assurda, incomprensibile e peri­colosissima superficialità, che può avere conseguenze spaventose.

Il demonio porta a pensare: "Meditare non serve a niente: tempo perso!". Se oggi tanti vivono in peccato è perché non riflettono seriamente e non meditano mai sulle verità rivelate da Dio.

Il pesce che è già finito nella rete del pescatore, finché è ancora nell'acqua non sospetta di essere stato catturato, quando però la rete esce dal mare, si dibatte perché sente vicina la sua fine; ma ormai è troppo tardi. Così i peccatori...! Finché sono in questo mondo se la spassano allegramente e non sospettano nemmeno di essere nella rete diabolica; se ne accorgeranno quando ormai non potranno più rimediarvi... appe­na entrati nell'eternità!

Se potessero ritornare in questo mondo tanti trapassati che vissero senza pensare all'eternità, come cambierebbe la loro vita!

SPRECO DI BENI

Da quanto esposto finora e special­mente dal racconto di certi fatti, appare chiaro quali siano i principali peccati che portano alla dannazione eterna, ma si tenga presente che non sono solo questi peccati a spedire gente all'inferno: ce ne sono molti altri.

Per quale peccato il ricco epulone è finito all'inferno?

Aveva tanti beni e li sprecava in ban­chetti (sperpero e peccato di gola); e inol­tre si manteneva ostinatamente insensibi­le ai bisogni dei poveri (mancanza di amo­re e avarizia).

Tremino dunque certi ricchi che non vogliono esercitare la carità: anche a loro, se non cambiano vita, è riservata la sorte del ricco epulone.

L'IMPURITÀ

Il peccato che più facilmente porta all'inferno è l'impurità. Dice Sant'Alfonso: "Si va all'inferno anche solo per questo peccato, o comunque non senza di esso".

Ricordo le parole del demonio ripor­tate nel primo capitolo: "Tutti quelli che sono là dentro, nessuno escluso, ci sono con questo peccato o anche solo per que­sto peccato". Qualche volta, se costretto, anche il diavolo dice la verità!

Gesù ci ha detto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio "(Mt 5,8). Ciò signi­fica che gli impuri non solo non vedranno Dio nell'altra vita, ma neanche in questa vita riescono a sentirne il fascino, per cui perdono il gusto della preghiera, pian piano perdono la Fede anche senza accor­gersene e... senza Fede e senza preghiera non percepiscono più per quale motivo dovrebbero fare il bene e fuggire il male. Così ridotti, sono attratti da ogni peccato.

Questo vizio indurisce il cuore e, senza una Grazia speciale, trascina all'impeni­tenza finale e... all'inferno.

MATRIMONI IRREGOLARI

Dio perdona qualunque colpa, purché ci sia il vero pentimento e cioè la volontà di mettere fine ai propri peccati e di cam­biare vita.

Fra mille matrimoni irregolari (divor­ziati risposati, conviventi) forse solo qual­cuno sfuggirà all'inferno, perché normal­mente non si pentono neanche in punto di morte; infatti, se campassero ancora conti­nuerebbero a vivere nella stessa situazione irregolare.

C'è da tremare al pensiero che quasi tutti oggi, anche quelli che divorziati non sono, considerano il divorzio come una cosa normale! Purtroppo, molti ormai ra­gionano come vuole il mondo e non più come vuole Dio.

IL SACRILEGIO

Un peccato che può con­durre alla dannazione eterna è il sacrilegio. Disgraziato colui che si mette su questa strada!

Commette sacrilegio chi volontariamente nasconde in Confessione qualche pec­cato mortale, oppure si con­fessa senza la volontà di la­sciare il peccato o di fuggirne le occasioni prossime. "Quasi sempre chi si con­fessa in modo sacrilego compie anche il sacrilegio Eucaristico, perché poi ri­ceve la Comunione in pec­cato mortale".

Racconta San Giovanni Bosco...

"Mi trovai con la mia guida (l'Angelo Custode) in fondo a un precipizio che fi­niva in una valle oscura. Ed ecco com­parire un edificio immenso con una porta altissima che era chiusa. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva; un fumo grasso, quasi verde e guizzi di fiamme sanguigne si innalzavano sui muraglioni dell'edificio.

Domandai: Dove ci troviamo? - Leggi l'iscrizione che c'è sulla porta -, mi rispose la guida. Guardai e vidi scritto: Ubi non est redemptio!, cioè: Dove non c'è reden­zione! Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima un giovane, poi un altro e poi altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato.

Mi disse la guida: Ecco la causa pre­valente di queste dannazioni: i compagni cattivi, i libri cattivi e le perverse abitu­dini.

Quei poveri ragazzi erano giovani che io conoscevo. Domandai alla mia guida: Ma dunque è inutile lavorare tra i giovani se poi tanti fanno questa fine! Come impedire tutta questa rovina? Quelli che hai visto sono ancora in vita; questo però è lo stato attuale delle loro anime, se morissero in questo momento verrebbero senz'altro qui! - disse l'Angelo.

Dopo entrammo nell'edificio; si corre­va con la velocità di un baleno. Sboc­cammo in un vasto e tetro cortile. Lessi questa iscrizione: Ibunt impii in ignem aetemum!; cioè: Gli empi andranno nel fuoco eterno!

Vieni con me - soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti a uno sportello che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie di caverna, im­mensa e piena di un fuoco terrificante, che sorpassava di molto il fuoco della terra. Questa spelonca non ve la posso descri­vere, con parole umane, in tutta la sua spa­ventosa realtà.

All'improvviso cominciai a vedere dei giovani che cadevano nella caverna ar­dente. La guida mi disse: L'impurità è la causa della rovina eterna di tanti giovani!

- Ma se hanno peccato si sono poi an­che confessati.

- Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o del tutto taciute. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne ha detto solo due o tre. Ve ne sono alcuni che ne hanno commesso uno nella fanciullezza e per vergogna non l'hanno mai confessato o l'hanno con­fessato male. Altri non hanno avuto il do­lore e il proposito di cambiare. Qualcuno invece di fare l'esame di coscienza cercava le parole adatte per ingannare il confes­sore. E chi muore in questo stato, decide di collocarsi tra i colpevoli non pentiti e tale resterà per tutta l'eternità. Ed ora vuoi vedere perché la Misericordia di Dio ti ha portato qui? - La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Ora­torio che conoscevo bene: tutti condannati per questa colpa.

Fra questi ce n'erano alcuni che in ap­parenza avevano una buona condotta.

La guida mi disse ancora: Predica sem­pre e ovunque contro l'impurità! Poi par­lammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona Confessione e si concluse: Bisogna cambiar vita... Bi­sogna cambiar vita.

- Ora che hai visto i tormenti dei dan­nati, bisogna che anche tu provi un poco l'inferno!

Usciti da quell'orribile edificio, la gui­da afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno. Io emisi un grido di dolore. Cessata la visione, notai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura.

Altro episodio. Padre Giovan Battista Ubanni, racconta che una donna per anni, confessandosi, aveva taciuto un peccato di impurità. Arrivati in quel luogo due Sacer­doti domenicani, lei che da tempo aspe­ttava un confessore forestiero, pregò uno di questi di ascoltare la sua Confessione.

Usciti di Chiesa, il compagno narrò al confessore di aver osservato che, mentre quella donna si confessava, uscivano dalla sua bocca molti serpenti, però un serpente più grosso era uscito solo col capo, ma poi era rientrato di nuovo. Allora anche tutti i serpenti che erano usciti rientrarono.

Ovviamente il confessore non parlò di ciò che aveva udito in Confessione, ma so­spettando quel che poteva essere successo fece di tutto per ritrovare quella donna. Quando arrivò presso la sua abitazione, venne a sapere che era morta appena rientrata in casa. Saputa la cosa, quel buon Sacerdote si rattristò e pregò per la de­funta. Questa gli apparve in mezzo alle fiamme e gli disse: "Io sono quella donna che si è confessata questa mattina; ma ho fatto un sacrilegio. Avevo un peccato che non mi sentivo di confessare al sacerdote del mio paese; Dio mi mandò te, ma anche con te mi lasciai vincere dalla vergogna e subito la Divina Giustizia mi ha colpito con la morte mentre entravo in casa. Giu­stamente sono condannata all'inferno! ".

Dopo queste parole si aprì la terra e fu vista precipitare e sparire.

Altro episodio. Scrive il Padre Fran­cesco Rivignez (l'episodio è riportato anche da Sant'Alfonso) che in Inghilterra, quando c'era la religione cattolica, il re Anguberto aveva una figlia di rara bellez­za che era stata chiesta in sposa da diversi principi.

Interrogata dal padre se accettasse di sposarsi, rispose che non poteva perché aveva fatto il voto di perpetua verginità.

Il padre ottenne dal Papa la dispensa, ma lei rimase ferma nel suo proposito di non servirsene e di vivere ritirata in casa. Il padre l'accontentò.

Cominciò a fare una vita santa: pre­ghiere, digiuni e varie altre penitenze; riceveva i Sacramenti e andava spesso a servire gli infermi in un ospedale. In tale stato di vita si ammalò e morì.

Una donna che era stata sua educatrice, trovandosi una notte in preghiera, sentì nella stanza un gran fracasso e subito dopo vide un'anima con l'aspetto di donna in mezzo a un gran fuoco e incatenata tra molti demoni...

- Io sono l'infelice figlia del re Angu­berto.

- Ma come, tu dannata con una vita così santa?

- Giustamente sono dannata... per col­pa mia. Da bambina io caddi in un peccato contro la purezza. Andai a confessarmi, ma la vergogna mi chiuse la bocca: invece di accusare umilmente il mio peccato, lo coprii in modo che il confessore non capis­se nulla. Il sacrilegio si è ripetuto molte volte. Sul letto di morte io dissi al confes­sore, vagamente, che ero stata una grande peccatrice, ma il confessore, ignorando il vero stato della mia anima, mi impose di scacciare questo pensiero come una tenta­zione. Poco dopo spirai e fui condannata per tutta l'eternità allefiamme dell'inferno.

Detto questo disparve, ma con così tanto strepito che sembrava trascinasse il mondo e lasciando in quella camera un odore ributtante che durò parecchi giorni.

L'inferno è la testimonianza del rispet­to che Dio ha per la nostra libertà. L'inferno grida il pericolo continuo in cui si trova la nostra vita; e grida in modo tale da escludere ogni leggerezza, grida in modo costante da escludere ogni fretto­losità, ogni superficialità, perché siamo sempre in pericolo.

"Quando mi annunciarono l'episco­pato, la prima parola che dissi fu questa: Ma io ho paura di andare all'inferno ". (Card. Giuseppe Siri)