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giovedì 27 giugno 2013

COME SI FA PER SAPERE SE L’INFERNO C'È? - don Giuseppe Tomaselli

Che cos'è questo inferno del quale oggi si parla troppo poco (con grave danno per la vita spirituale degli uomini) e che invece sarebbe bene, anzi, doveroso conoscere nella giusta luce?

È il castigo che Dio ha dato agli angeli ribelli e che darà anche agli uomini che si ribellano a Lui e disobbediscono alla sua legge, se muoiono nella sua inimicizia.

Prima di tutto conviene dimostrare che c'è e poi cercheremo di capire che cosa è.

Così facendo, potremo arrivare a delle conclusioni pratiche. Per abbracciare una verità la nostra intelligenza ha bisogno di solide argomentazioni.

Trattandosi di una verità che ha tante e così gravi conseguenze per la vita presente e per quella futura, prenderemo in esame le prove della ragione, poi le prove della divina Rivelazione e infine le prove della storia.

LE PROVE DELLA RAGIONE

Gli uomini, anche se molto spesso, poco o tanto, si comporta­no ingiustamente, sono concordi nell'ammettere che a chi fa il be­ne spetta il premio e a chi fa il male spetta il castigo.

Allo studente volonteroso spetta la promozione, allo svogliato la bocciatura. AI soldato coraggioso si consegna la medaglia al valor militare, al disertore è riservato il carcere. II cittadino onesto è premiato col riconoscimento dei suoi diritti, il delinquente va colpito con una giusta punizione.

Dunque, la nostra ragione non è contraria ad ammettere il ca­stigo per i colpevoli.

Dio è giusto, anzi, è la Giustizia per essenza.

II Signore ha dato agli uomini la libertà, ha impresso nel cuore di ognuno la legge naturale, che impone di fare il bene e di evita­re il male. Ha dato anche la legge positiva, compendiata nei Dieci Comandamenti.

È mai possibile che il Legislatore Supremo dia dei Comanda­menti e poi non si curi se vengono osservati o calpestati?

Lo stesso Voltaire, filosofo empio, nella sua opera “La legge na­turale” ebbe il buon senso di scrivere: "Se tutto il creato ci dimo­stra l'esistenza di un Ente infinitamente sapiente, la nostra ragio­ne ci dice che deve pur essere infinitamente giusto. Ma come po­trebbe essere tale se non sapesse né ricompensare né punire? Il dovere di ogni sovrano è di castigare le azioni cattive e di premia­re quelle buone. Volete che Dio non faccia ciò che la stessa giu­stizia umana sa fare?".

LE PROVE DELLA RIVELAZIONE DIVINA

Nelle verità di fede la nostra povera intelligenza umana può dare soltanto qualche piccolo contributo. Dio, Suprema Verità, ha voluto svelare all'uomo cose a lui misteriose; l'uomo è libero di accettarle o di rifiutarle, ma a suo tempo renderà conto al Creato­re della sua scelta.

La divina Rivelazione è contenuta anche nella Sacra Scrittura così come è stata conservata e viene interpretata dalla Chiesa. La Bibbia si distingue in due parti: Antico Testamento e Nuovo Te­stamento.

Nell'Antico Testamento Dio parlava ai Profeti e questi erano i suoi portavoce presso il popolo ebreo.

II re e profeta Davide scrisse: "Siano confusi gli empi, tacciano negli inferi" (Sa 13 0, 18).

Degli uomini che si sono ribellati contro Dio il profeta Isaia disse: "Il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà" (Is 66,24).

Il precursore di Gesù, San Giovanni Battista, per disporre gli animi dei suoi contemporanei ad accogliere il Messia, parlò an­che di un compito particolare affidato al Redentore: dare il premio ai buoni e il castigo ai ribelli e lo fece servendosi di un paragone: "Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibi­le" (Mt 3, 12).

GESU’ HA PARLATO MOLTE VOLTE DEL PARADISO

Nella pienezza dei tempi, duemila anni fa, mentre a Roma im­perava Cesare Ottaviano Augusto, fece la sua comparsa nel mon­do il Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ebbe allora inizio il Nuovo Te­stamento.

Chi può negare che Gesù sia veramente esistito? Nessun fatto storico è così tanto documentato.

II Figlio di Dio dimostrò la sua Divinità con molti e strepitosi miracoli e a tutti quelli che ancora dubitavano lanciò una sfida: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2, 19). Disse inoltre: "Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12, 40).

La risurrezione di Gesù Cristo è indubbiamente la prova più grande della sua Divinità.

Gesù faceva i miracoli non solo perché, mosso dalla carità, voleva soccorrere dei poveri ammalati, ma anche perché tutti, vedendo la sua potenza e comprendendo che veniva da Dio, po­tessero abbracciare la verità senza alcuna ombra di dubbio.

Gesù disse: "lo sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). La missione del Redentore era quella di salvare l'umanità, re­dimendola dal peccato, e di insegnare la via sicura che porta al Cielo.

I buoni ascoltavano con entusiasmo le sue parole e praticava­no i suoi insegnamenti.

Per invogliarli a perseverare nel bene, spesso parlava del gran­de premio riservato ai giusti nell'altra vita.

"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, men­tendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5, 11-12).

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria... e dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, rice­vete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione dei mondo" (cfr. Mt 25, 31. 34).

Disse inoltre: "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10, 20).

"Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti" (L c 14, 13-14).

“Io preparo per voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me” (Lc 22, 29).

GESU’ HA PARLATO ANCHE DEL CASTIGO ETERNO

A un buon figlio, per obbedire, basta conoscere cosa desidera il padre: obbedisce sapendo di fargli piacere e di godere del suo affetto; mentre a un figlio ribelle si minaccia una punizione.

Così ai buoni basta la promessa del premio eterno, il Paradiso, mentre ai malvagi, vittime volontarie delle proprie passioni, è ne­cessario presentare il castigo per scuoterli.

Vedendo Gesù con quanta malvagità tanti suoi contemporanei e persone dei secoli futuri avrebbero chiuso gli orecchi ai suoi in­segnamenti, desideroso com'era di salvare ogni anima, parlò del castigo riservato nell'altra vita ai peccatori ostinati, cioè la puni­zione dell'inferno.

La prova più forte dell'esistenza dell'inferno è data dunque dalle parole di Gesù.

Negare o anche solo dubitare delle terribili parole del Figlio di Dio fatto Uomo, sarebbe come distruggere il Vangelo, cancellare la storia, negare la luce del sole.

È DIO CHE PARLA

Gli ebrei credevano di aver diritto al Paradiso soltanto perché erano discendenti di Abramo.

E siccome molti resistevano agli insegnamenti divini e non vo­levano riconoscerlo come il Messia inviato da Dio, Gesù, minac­ciò loro la pena eterna dell'inferno.

"Vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sie­deranno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno (gli ebrei) saranno cacciati fuori nel­le tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti" (Mt 8, 11-12).

Vedendo gli scandali del suo tempo e delle generazioni future, per far rinsavire i ribelli e preservare dal male i buoni, Gesù parlò dell'inferno e con toni molto forti: "Guai al mondo per gli scan­dali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!" (Mt 18, 7).

"Se la tua mano o il tuo piede ti scandalizzano, tagliali: è me­glio per te entrare nella vita monco o zoppo, piuttosto che essere gettato con due mani e due piedi nell'inferno, nel fuoco inestin­guibile" (cfr. Mc 9, 43-46. 48).

Gesù, dunque, ci insegna che bisogna essere disposti a qua­lunque sacrificio, anche il più grave, come l'amputazione di un membro del nostro corpo, pur di non finire nel fuoco eterno.

Per sollecitare gli uomini a trafficare i doni ricevuti da Dio, co­me l'intelligenza, i sensi del corpo, i beni terreni... Gesù raccontò la parabola dei talenti e la concluse con queste parole: "Il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25, 30).

Quando preannunciò la fine del mondo, con la risurrezione universale, accennando alla sua gloriosa venuta e alle due schie­re, dei buoni e dei cattivi, soggiunse: "... a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Mt 25, 41).

II pericolo di andare all'inferno c'è per tutti gli uomini, perché durante la vita terrena tutti corriamo il rischio di peccare grave­mente.

Anche ai suoi stessi discepoli e collaboratori Gesù fece pre­sente il pericolo che correvano di finire nel fuoco eterno. Erano andati in giro per le città e i villaggi, annunziando il regno di Dio, guarendo gli infermi e cacciando i demoni dal corpo degli ossessi. Ritornarono lieti per tutto questo e dissero: "Signore, anche i de­moni si sottomettono a noi nel tuo nome". E Gesù: "Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore" (Lc 10, 17-18). Voleva raccomandare loro di non insuperbirsi per quanto avevano fatto, perché la superbia aveva fatto piombare Lucifero all'inferno.

Un giovane ricco si stava allontanando da Gesù, rattristato, perché era stato invitato a vendere i suoi beni e a darli ai poveri. II Signore così commentò l'accaduto: "In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: “Chi si potrà dunque salvare?”. E Gesù, fissando su di loro lo sguardo disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. (Mt 19, 23-26).

Con queste parole Gesù non voleva condannare la ricchezza che, in sé, non è cattiva, ma voleva farci comprendere che chi la possiede si trova nel grave pericolo di attaccarvi il cuore in modo disordinato, fino a perdere di vista il paradiso e il rischio concreto della dannazione eterna.

Ai ricchi che non esercitano la carità Gesù ha minacciato un maggior pericolo di finire all'inferno.

"C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato da­gli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: 'Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura'. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora inve­ce lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra voi e noi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono pas­sare da voi non possono, né da lì si può attraversare fino a noi”. E quegli replicò: 'Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non ven­gano anch'essi in questo luogo di tormento'. Ma Abramo rispose: 'Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro'. E lui: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvedranno”. Abra­mo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”. (Lc 16, 19-31 ).

I MALVAGI DICONO...

Questa parabola evangelica, oltre a garantirci che l'inferno esi­ste, ci suggerisce anche la risposta da dare a chi osa dire sciocca­mente: "lo crederei all'inferno soltanto se qualcuno, dall'aldilà, venisse a dirmelo!".

Chi si esprime così, normalmente è già sulla via del male e non crederebbe neanche se vedesse un morto risuscitato.

Se, per ipotesi, oggi venisse qualcuno dall'inferno, tanti cor­rotti o indifferenti che, per continuar a vivere nei loro peccati senza rimorsi, hanno interesse che l'inferno non esista, sarcasti­camente direbbero: "Ma questo è matto! Non diamogli ascolto!".


sabato 6 aprile 2013

I PECCATI CHE REGALANO PIÙ CLIENTI ALL'INFERNO




INSIDIE IN AGGUATO

È particolarmente importante tener presente la prima insidia diabolica, che trattiene tante anime nella schiavitù di satana: è la mancanza di riflessione, che fa perdere di vista il fine della vita. II demonio grida alle sue prede: "La vita è un piacere; dovete cogliere tutte le gioie che la vita vi regala".

Gesù invece sussurra al tuo cuore: "Beati quelli che piangono". (cfr. Mt 5,4). "Per entrare in Cielo bisogna farsi violen­za". (cfr. Mt 11,12). "Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua"(Lc 9,23).

Il nemico infernale ci suggerisce: "Pensate al pre­sente, perché con la morte tutto finisce!".

II Signore invece ti esor­ta: "Ricordati dei novissimi (la morte, il giudizio, l'in­ferno e il Paradiso) e non peccherai".

L'uomo impiega buona parte del suo tempo in tanti affari e dimostra intelligen­za e scaltrezza nell'acqui­stare e conservare i beni ter­reni, ma poi non impiega neppure le briciole del suo tempo per riflettere sulle ne­cessità molto più impor­tanti della sua anima, per cui vive in un'assurda, incomprensibile e peri­colosissima superficialità, che può avere conseguenze spaventose.

Il demonio porta a pensare: "Meditare non serve a niente: tempo perso!". Se oggi tanti vivono in peccato è perché non riflettono seriamente e non meditano mai sulle verità rivelate da Dio.

Il pesce che è già finito nella rete del pescatore, finché è ancora nell'acqua non sospetta di essere stato catturato, quando però la rete esce dal mare, si dibatte perché sente vicina la sua fine; ma ormai è troppo tardi. Così i peccatori...! Finché sono in questo mondo se la spassano allegramente e non sospettano nemmeno di essere nella rete diabolica; se ne accorgeranno quando ormai non potranno più rimediarvi... appe­na entrati nell'eternità!

Se potessero ritornare in questo mondo tanti trapassati che vissero senza pensare all'eternità, come cambierebbe la loro vita!

SPRECO DI BENI

Da quanto esposto finora e special­mente dal racconto di certi fatti, appare chiaro quali siano i principali peccati che portano alla dannazione eterna, ma si tenga presente che non sono solo questi peccati a spedire gente all'inferno: ce ne sono molti altri.

Per quale peccato il ricco epulone è finito all'inferno?

Aveva tanti beni e li sprecava in ban­chetti (sperpero e peccato di gola); e inol­tre si manteneva ostinatamente insensibi­le ai bisogni dei poveri (mancanza di amo­re e avarizia).

Tremino dunque certi ricchi che non vogliono esercitare la carità: anche a loro, se non cambiano vita, è riservata la sorte del ricco epulone.

L'IMPURITÀ

Il peccato che più facilmente porta all'inferno è l'impurità. Dice Sant'Alfonso: "Si va all'inferno anche solo per questo peccato, o comunque non senza di esso".

Ricordo le parole del demonio ripor­tate nel primo capitolo: "Tutti quelli che sono là dentro, nessuno escluso, ci sono con questo peccato o anche solo per que­sto peccato". Qualche volta, se costretto, anche il diavolo dice la verità!

Gesù ci ha detto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio "(Mt 5,8). Ciò signi­fica che gli impuri non solo non vedranno Dio nell'altra vita, ma neanche in questa vita riescono a sentirne il fascino, per cui perdono il gusto della preghiera, pian piano perdono la Fede anche senza accor­gersene e... senza Fede e senza preghiera non percepiscono più per quale motivo dovrebbero fare il bene e fuggire il male. Così ridotti, sono attratti da ogni peccato.

Questo vizio indurisce il cuore e, senza una Grazia speciale, trascina all'impeni­tenza finale e... all'inferno.

MATRIMONI IRREGOLARI

Dio perdona qualunque colpa, purché ci sia il vero pentimento e cioè la volontà di mettere fine ai propri peccati e di cam­biare vita.

Fra mille matrimoni irregolari (divor­ziati risposati, conviventi) forse solo qual­cuno sfuggirà all'inferno, perché normal­mente non si pentono neanche in punto di morte; infatti, se campassero ancora conti­nuerebbero a vivere nella stessa situazione irregolare.

C'è da tremare al pensiero che quasi tutti oggi, anche quelli che divorziati non sono, considerano il divorzio come una cosa normale! Purtroppo, molti ormai ra­gionano come vuole il mondo e non più come vuole Dio.

IL SACRILEGIO

Un peccato che può con­durre alla dannazione eterna è il sacrilegio. Disgraziato colui che si mette su questa strada!

Commette sacrilegio chi volontariamente nasconde in Confessione qualche pec­cato mortale, oppure si con­fessa senza la volontà di la­sciare il peccato o di fuggirne le occasioni prossime. "Quasi sempre chi si con­fessa in modo sacrilego compie anche il sacrilegio Eucaristico, perché poi ri­ceve la Comunione in pec­cato mortale".

Racconta San Giovanni Bosco...

"Mi trovai con la mia guida (l'Angelo Custode) in fondo a un precipizio che fi­niva in una valle oscura. Ed ecco com­parire un edificio immenso con una porta altissima che era chiusa. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva; un fumo grasso, quasi verde e guizzi di fiamme sanguigne si innalzavano sui muraglioni dell'edificio.

Domandai: Dove ci troviamo? - Leggi l'iscrizione che c'è sulla porta -, mi rispose la guida. Guardai e vidi scritto: Ubi non est redemptio!, cioè: Dove non c'è reden­zione! Intanto vidi precipitare dentro quel baratro... prima un giovane, poi un altro e poi altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato.

Mi disse la guida: Ecco la causa pre­valente di queste dannazioni: i compagni cattivi, i libri cattivi e le perverse abitu­dini.

Quei poveri ragazzi erano giovani che io conoscevo. Domandai alla mia guida: Ma dunque è inutile lavorare tra i giovani se poi tanti fanno questa fine! Come impedire tutta questa rovina? Quelli che hai visto sono ancora in vita; questo però è lo stato attuale delle loro anime, se morissero in questo momento verrebbero senz'altro qui! - disse l'Angelo.

Dopo entrammo nell'edificio; si corre­va con la velocità di un baleno. Sboc­cammo in un vasto e tetro cortile. Lessi questa iscrizione: Ibunt impii in ignem aetemum!; cioè: Gli empi andranno nel fuoco eterno!

Vieni con me - soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti a uno sportello che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie di caverna, im­mensa e piena di un fuoco terrificante, che sorpassava di molto il fuoco della terra. Questa spelonca non ve la posso descri­vere, con parole umane, in tutta la sua spa­ventosa realtà.

All'improvviso cominciai a vedere dei giovani che cadevano nella caverna ar­dente. La guida mi disse: L'impurità è la causa della rovina eterna di tanti giovani!

- Ma se hanno peccato si sono poi an­che confessati.

- Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o del tutto taciute. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne ha detto solo due o tre. Ve ne sono alcuni che ne hanno commesso uno nella fanciullezza e per vergogna non l'hanno mai confessato o l'hanno con­fessato male. Altri non hanno avuto il do­lore e il proposito di cambiare. Qualcuno invece di fare l'esame di coscienza cercava le parole adatte per ingannare il confes­sore. E chi muore in questo stato, decide di collocarsi tra i colpevoli non pentiti e tale resterà per tutta l'eternità. Ed ora vuoi vedere perché la Misericordia di Dio ti ha portato qui? - La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Ora­torio che conoscevo bene: tutti condannati per questa colpa.

Fra questi ce n'erano alcuni che in ap­parenza avevano una buona condotta.

La guida mi disse ancora: Predica sem­pre e ovunque contro l'impurità! Poi par­lammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona Confessione e si concluse: Bisogna cambiar vita... Bi­sogna cambiar vita.

- Ora che hai visto i tormenti dei dan­nati, bisogna che anche tu provi un poco l'inferno!

Usciti da quell'orribile edificio, la gui­da afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno. Io emisi un grido di dolore. Cessata la visione, notai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura.

Altro episodio. Padre Giovan Battista Ubanni, racconta che una donna per anni, confessandosi, aveva taciuto un peccato di impurità. Arrivati in quel luogo due Sacer­doti domenicani, lei che da tempo aspe­ttava un confessore forestiero, pregò uno di questi di ascoltare la sua Confessione.

Usciti di Chiesa, il compagno narrò al confessore di aver osservato che, mentre quella donna si confessava, uscivano dalla sua bocca molti serpenti, però un serpente più grosso era uscito solo col capo, ma poi era rientrato di nuovo. Allora anche tutti i serpenti che erano usciti rientrarono.

Ovviamente il confessore non parlò di ciò che aveva udito in Confessione, ma so­spettando quel che poteva essere successo fece di tutto per ritrovare quella donna. Quando arrivò presso la sua abitazione, venne a sapere che era morta appena rientrata in casa. Saputa la cosa, quel buon Sacerdote si rattristò e pregò per la de­funta. Questa gli apparve in mezzo alle fiamme e gli disse: "Io sono quella donna che si è confessata questa mattina; ma ho fatto un sacrilegio. Avevo un peccato che non mi sentivo di confessare al sacerdote del mio paese; Dio mi mandò te, ma anche con te mi lasciai vincere dalla vergogna e subito la Divina Giustizia mi ha colpito con la morte mentre entravo in casa. Giu­stamente sono condannata all'inferno! ".

Dopo queste parole si aprì la terra e fu vista precipitare e sparire.

Altro episodio. Scrive il Padre Fran­cesco Rivignez (l'episodio è riportato anche da Sant'Alfonso) che in Inghilterra, quando c'era la religione cattolica, il re Anguberto aveva una figlia di rara bellez­za che era stata chiesta in sposa da diversi principi.

Interrogata dal padre se accettasse di sposarsi, rispose che non poteva perché aveva fatto il voto di perpetua verginità.

Il padre ottenne dal Papa la dispensa, ma lei rimase ferma nel suo proposito di non servirsene e di vivere ritirata in casa. Il padre l'accontentò.

Cominciò a fare una vita santa: pre­ghiere, digiuni e varie altre penitenze; riceveva i Sacramenti e andava spesso a servire gli infermi in un ospedale. In tale stato di vita si ammalò e morì.

Una donna che era stata sua educatrice, trovandosi una notte in preghiera, sentì nella stanza un gran fracasso e subito dopo vide un'anima con l'aspetto di donna in mezzo a un gran fuoco e incatenata tra molti demoni...

- Io sono l'infelice figlia del re Angu­berto.

- Ma come, tu dannata con una vita così santa?

- Giustamente sono dannata... per col­pa mia. Da bambina io caddi in un peccato contro la purezza. Andai a confessarmi, ma la vergogna mi chiuse la bocca: invece di accusare umilmente il mio peccato, lo coprii in modo che il confessore non capis­se nulla. Il sacrilegio si è ripetuto molte volte. Sul letto di morte io dissi al confes­sore, vagamente, che ero stata una grande peccatrice, ma il confessore, ignorando il vero stato della mia anima, mi impose di scacciare questo pensiero come una tenta­zione. Poco dopo spirai e fui condannata per tutta l'eternità allefiamme dell'inferno.

Detto questo disparve, ma con così tanto strepito che sembrava trascinasse il mondo e lasciando in quella camera un odore ributtante che durò parecchi giorni.

L'inferno è la testimonianza del rispet­to che Dio ha per la nostra libertà. L'inferno grida il pericolo continuo in cui si trova la nostra vita; e grida in modo tale da escludere ogni leggerezza, grida in modo costante da escludere ogni fretto­losità, ogni superficialità, perché siamo sempre in pericolo.

"Quando mi annunciarono l'episco­pato, la prima parola che dissi fu questa: Ma io ho paura di andare all'inferno ". (Card. Giuseppe Siri)

domenica 31 marzo 2013

SAN MICHELE, ANGELO DELLA BUONA MORTE

Secondo la dottrina cattolica in punto di morte noi riceviamo l’aiuto degli angeli e di san Michele. Se vi è infatti un’ora nella quale il cristiano abbia bisogno di soccorso e di protezione, è sicuramente l’ora della morte. L’inferno si sforza in quell’istante nel rapire a Dio l’anima il cui tempo di prova sta per arrivare alla sua fine, egli dirige contro di essa tutte le sue forze ed ingaggia l’assalto supremo e definitivo.

E’ questo che spiega le angosce ed i terrori dell’agonia. Come l’uomo non sarebbe spaventato, quando si vede circondato da nemici accaniti nella sua perdita, quando già sente venire il suo Giudice con le sue terribili rivendicazioni?

Ammiriamo una volta di più le attenzioni della divina Provvidenza: ella non ha voluto che nell’ultima ora noi fossimo isolati nella lotta contro l’inferno. Se quest’ora è attesa dall’angelo della morte eterna, essa è augurata anche dall’angelo della vita eterna.

Il pio diacono Pantaleone diceva nel VII secolo, che la funzione attribuita a san Michele di proteggere i morenti, è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti. Secondo un autore del III secolo, gli apostoli avrebbero insegnato ai primi cristiani che “San Michele è l’angelo la cui intercessione procura una santa morte davanti a Dio, ch’egli assiste le anime desiderose di morire in Cristo”. Tale è ben, del resto, la tradizione, e tale è l’insegnamento dei teologi.

Un culto particolare è infine tributato a Michele da chi si trova in procinto di morire. Nella storia araba di San Giuseppe il Falegname (prima del IV secolo), il Santo prega in questi termini: “Se la mia vita, o Signore, è al termine; se per me è venuto il momento di lasciare questo mondo, mandami Michele, il Principe dei tuoi santi Angeli.

Che egli si fermi presso di me, perché la mia povera anima esca in pace, senza pena o timore da questo corpo addolorato”. Il Sacramentarlo Gelasiano (fine V secolo) registra la seguente preghiera dopo la morte della persona: “Ricevi, Signore, l’anima del tuo servo che a te ritorna, le sia presente l’Angelo della tua Alleanza, Michele”, colui che nell’antichità veniva definito Praepositus paradisi.

Nelle raccomandazioni dei moribondi per le comunità di rito ambrosiano, si invoca espressamente il nostro Arcangelo: “Lo assista (il moribondo) San Michele, l’Angelo della tua Alleanza, e per mano dei santi Angeli degnati di collocarlo tra i tuoi santi e i tuoi eletti, nel grembo dei tuoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Un testo liturgico che risale al X secolo contiene questa invocazione: “Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso; liberale dalle fauci del leone, affinché non siano preda del tartaro e non cadano nelle tenebre; ma le conduca il Vessillifero San Michele alla Luce santa, che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza”.

Bellarmino e Suarez, poggiandosi su san Tommaso, dichiarano che san Michele è delegato da Dio per presiedere alla morte dei cristiani, ch’egli libera i suoi servitori dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e l’eterna gloria. Sant’Alfonso de Liguori dice a sua volta: “San Michele è incaricato in modo speciale dal Signore di assisterci nel momento della morte”.

A tutte queste autorità si aggiunge la pratica della Chiesa. Quando il ministro dell’unzione degli infermi si avvicina al morente, egli chiede a Dio “d’inviare dal cielo il suo santo angelo perché custodisca, conservi, visiti e difenda questo malato”. Infine questa preghiera che la Chiesa pone sulle nostre labbra: “San Michele arcangelo, difendeteci nella lotta, affinché non periamo nel temibile giudizio”, non è essa per attrarre su di noi la protezione di san Michele nel tempo della grande lotta il cui pegno sarà la nostra eternità? La Chiesa riconosce dunque al glorioso Arcangelo questa funzione. Ecco perché essa ha approvato le confraternite erette sotto il titolo di San Michele della Buona Morte, così numerose una volta, e le ha arricchite d’indulgenze.

I santi si raccomandavano istantaneamente al Principe degli Angeli, al fine di ottenere da lui la grazia d’una buona morte.

Sant’Anselmo, assistendo un suo monaco morente, vide il demonio tormentarlo. Ma l’Arcangelo apparve e lo confuse: “Impara, disse a satana, che tu non avrai mai alcun potere sui miei servitori, i miei protetti, i miei amici”. Incoraggiato da quella visione, il santo chiese all’Arcangelo la sua protezione per l’ora della morte. San Michele è l’angelo del transitus che riceve le anime dei giusti e le accompagna davanti a Dio, in particolare l’anima di Adamo ed Eva e di Mosè, di Giuseppe e di Maria che Cristo stesso gli affida.

Come angelo della morte e conduttore delle anime compare in tutte le opere giudaiche apocrife relative al trapasso dei giusti e in questo ruolo compare presto nella Tradizione cristiana accolta anche nell’Antifona dell’Offertorio della Messa preconciliare dei defunti. Per questo spesso le cappelle dei cimiteri e gli ossari sono dedicati a San Michele. Nelle Litanie di San Michele troviamo dei titoli per San Michele quali: “Aiuto di coloro che sono in agonia”, “Luce e fiducia delle anime all’ora della morte”, “consolatore delle anime trattenute tra le fiamme del purgatorio”. Poiché Michele è anche il “potente intercessore dei cristiani” e “guaritore dei malati”, tutti questi ministeri o favori operano insieme per salvare le anime da satana, per ottenere vittoria eterna e per offrire protezione sulla terra; l’intercessione di Michele continua mentre le anime sono in purgatorio e le scorta in paradiso di cui è pure il protettore.