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domenica 14 aprile 2013

Dal "Commento al Pater" di San Tommaso d' Aquino

"Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori"

Vi sono persone che possiedono grande sapienza e fortezza, ma confidano troppo nelle proprie forze e pertanto, non comportandosi saggiamente in quello che fanno, non portano a termine i loro propositi e non tengono conto dell’avvertimento: “Pondera bene i tuoi disegni, consigliandoti” (Pr 20,18).
Bisogna perciò che lo Spirito Santo, che elargisce il Dono di Fortezza, dia anche quello di Consiglio, perché ogni buon consiglio riguardante la salvezza degli uomini viene dallo Spirito Santo.
Il dono del consiglio è indispensabile all’uomo quando è nella prova. Come egli ha bisogno di ricorrere al consiglio del medico quando è ammalato, così quando è spiritualmente infermo a causa del peccato, per guarirne deve chiedere consiglio.

Che il dono del consiglio sia necessario al peccatore, lo dimostra anche Daniele quando scrive: “Accetta il mio consiglio: sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti” (Dn 4,24).
Ottimo consiglio contro i peccati è quindi quello di fare elemosina e di usare misericordia. Per questo lo Spirito Santo insegna ai peccatori di chiedere nella preghiera: “Rimetti a noi i nostri debiti”.
Nei confronti di Dio siamo debitori dei suoi diritti quando lo defraudiamo. È diritto di Dio che noi facciamo la sua volontà, preferendola alla nostra. Quando noi preferiamo la nostra volontà alla sua, lo defraudiamo di un suo diritto, e questo è peccato.

I peccati sono allora nostri debiti nei riguardi di Dio. Di essi lo Spirito Santo ci consiglia di chiedere il perdono. E noi lo facciamo dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti”.
[...].
Da questa richiesta noi possiamo raccogliere due ammaestramenti che sono necessari agli uomini in questa vita.
Il primo, è che gli uomini devono mantenersi sempre nel timore e nell’umiltà.
Ci furono infatti alcuni tanto presuntuosi da insegnare che l’uomo è in grado di vivere in questo mondo riuscendo con le sue sole forze a evitare il peccato. Ma questo non fu mai concesso ad alcuno, tranne a Cristo, che possedette lo Spirito senza misura (Gv 3,34), e alla beata Vergine, che fu piena di grazia e nella quale non ci fu alcun peccato, come dice Agostino: “Quando si parla di peccati non voglio che ella sia neppure nominata” (De natura et gratia 36,42).
Ma a nessun altro santo fu dato di non incorrere almeno in colpe veniali, per cui S. Giovanni poté scrivere: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1,8). E ne è conferma anche la presente domanda. Sicché ovviamente, conviene a tutti i santi e a tutti gli uomini recitare il Pater noster, dove appunto si dice: “Rimetti a noi i nostri debiti”, riconoscendo così e confessando di essere debitori e di conseguenza peccatori.
Se quindi tu sei peccatore, devi temere e umiliarti.

L’altro ammaestramento è l’esortazione a vivere sempre nella speranza, perché, quantunque peccatori, non dobbiamo disperare, per evitare che la disperazione non ci spinga a commettere altri e più gravi peccati, come accadde ai pagani dei quali dice l’Apostolo: “Presi dalla disperazione, si abbandonarono alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile” (Ef 4,19).
Perciò è molto utile sperare sempre, perché, per quanto sia peccatore, l’uomo deve avere fiducia che, se si pente perfettamente, Dio gli perdonerà. E questa speranza si rafforza in noi quando chiediamo: “Rimetti a noi i nostri debiti”.

San Tommaso d'Aquino



domenica 10 febbraio 2013

Liber de veritate catholicae fidei, I, 6 - Tommaso d'Aquino


Prestando fede a queste verità, che la ragione umana non è in grado di controllare, non si fa un atto di leggerezza, quasi prestando fede a dotte favole. Poichè la stessa sapienza divina, che tutto conosce in modo completo, si degnò di rivelare i suoi segreti agli uomini; mostrando il suo intervento e la verità del suo insegnamento e della sua ispirazione con argomenti adatti: confermando cioè cose che sorpassano la conoscenza naturale con opere visibili superiori alle capacità di tutta la natura. Vale a dire con la guarigione prodigiosa di malattie, con la risurrezione dei morti, con le mutazioni miracolose dei corpi celesti, così da riempire col dono dello Spirito Santo uomini ignoranti e semplici, facendo loro conseguire all'istante somma sapienza ed eloquenza.

In considerazione di ciò, per l'efficacia delle prove suddette e non già per violenza di armi, nè per attrattiva di piaceri e, cosa mirabilissima, in mezzo alla tirannia dei persecutori, una turba innumerevole non solo di persone semplici, ma anche di uomini sapientissimi, abbracciò la fede cristiana; nella quale vengono predicate cose che trascendono qualsiasi intelletto umano, mentre insegna a tener a freno i piaceri della carne, e a disprezzare tutte le cose del mondo. Ora, l'adesione degli animi dei mortali a queste cose è insieme il più grande dei miracoli, ed esige l'intervento manifesto dell'ispirazione divina, per disprezzare le cose visibili nel solo desiderio di quelle invisibili. E questo non avvenne improvvisamente o per caso, ma per disposizione divina, come è evidente dalla predizione fattane in precedenza dagli oracoli di molti profeti, i cui libri sono stati conservati religiosamente fino a noi, come testimonianza della nostra fede.

Questa mirabile conversione del mondo alla fede cristiana è SEGNO CERTISSIMO degli antichi miracoli, così da non essere necessaria la loro ripetizione, apparendo così EVIDENTI NEI LORO EFFETTI. Sarebbe infatti il più strepitoso dei miracoli, se il mondo fosse stato indotto a credere cose tanto ardue, a compiere azioni tanto difficili e sperare cose tanto alte da uomini semplici e poveri, senza prodigi mirabili.

Tommaso d'Aquino, Liber de veritate catholicae fidei, I, 6



lunedì 28 gennaio 2013

San Tommaso d'Aquino


Optavi, et datus est mihi sensus; et invocavi, et venit in me spiritus sapientiae. Et praeposui illam regnis et sedibus, et divitias nihil esse duxi in comparatione illius. [Sap 7]

venerdì 29 giugno 2012

Non vi è nè vi fu mai popolo tanto grande da avere degli dei a loro vicini così come a noi è presente il nostro Dio - San Tommaso

Miracolo della corporale
Francesco Trevisani, Bolsena, Collegiata di Santa Cristina
Gli immensi benefici della munificenza divina accordati al popolo cristiano conferiscono ad esso una dignità inestimabile. Infatti non vi è né vi fu mai popolo tanto grande da avere degli dei a loro vicini così come a noi è presente il nostro Dio. Poiché l’Unigenito Figlio di Dio, volendo farci partecipe della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché il Verbo Incarnato facesse dei gli uomini. E oltre a ciò, quel che di nostro assunse, tutto per noi rivolse alla salvezza. Infatti offerse a Dio Padre sull’altare della croce il suo corpo come vittima per la nostra riconciliazione, sparse il suo sangue in riscatto ed in lavacro affinché, redenti da una miseranda servitù, noi fossimo risanati da tutti i peccati. E perché rimanesse in noi perenne memoria di così grande beneficio, lasciò, sotto le specie del pane e del vino, il suo corpo in cibo e il suo sangue in bevanda comandando ai fedeli di cibarsene.

O convivio prezioso e ammirabile, salutare e pieno di ogni soavità! Che cosa, infatti, vi può essere mai di più prezioso di questo convito, in cui non ci vengono offerte carni di vitelli e di capri, come nell’antica Legge, ma ci viene presentato per cibo Cristo vero Dio. Che cosa di più mirabile di questo Sacramento? Poiché in esso il pane e il vino sono sostanzialmente cambiati nel corpo e nel sangue del Signore; Cristo quindi, Dio e Uomo perfetto, è contenuto sotto le specie di un po’ di pane e di vino. Viene così mangiato dai fedeli ma non lacerato, anzi diviso, il Sacramento, Egli perdura intero, sotto ogni particella della divisione. Gli accidenti poi di questo Sacramento sussistono senza soggetto, affinché abbia luogo la fede mentre Colui che è invisibile è assunto invisibilmente, nascosto sotto veste diversa; e restino immune da inganni i sensi, i quali giudicano dagli accidenti, che sono l’oggetto proprio della loro conoscenza

Così pure non vi è altro Sacramento più salutare di questo, con il quale si purgano i peccati, si accrescono le virtù e l’anima si arricchisce dell’abbondanza di tutti i carismi spirituali. Viene offerto nella Chiesa per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti ciò che per tutti fu istituito. Nessuno poi è capace di esprimere la soavità di questo Sacramento, col quale si assapora la dolcezza spirituale nella sua stessa sorgente, e si richiama alla memoria quell’eccellentissimo amore che Cristo ci mostrò nella sua Passione. Proprio quindi perché l’immensità di un tale amore si imprimesse più profondamente nel cuore dei fedeli, Gesù istituì questo Sacramento nell’ultima cena quando, celebrata la Pasqua con i discepoli, stava per passare da questo mondo al Padre; lo istituì come memoriale perenne della sua passione, come adempimento delle antiche figure, come il più grande dei miracoli da lui operati e come singolare conforto per i cuori contristati per la sua assenza.


S.TOMMASO D’AQUINO,
Festa del Corpus Domini, Opusculum 57