martedì 14 agosto 2012

"Signore, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!” - Omelia di don Giacomo Tantardini

Oggi vi parlo di due episodi del vangelo, accaduti all’entrata e all’uscita di Gerico.

1. “Nell’uscire da Gerico, una gran folla lo seguì: ed ecco, due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava Gesù, si misero a gridare: “Signore, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!” La folla li sgridava per farli tacere, ma quelli gridavano più forte: ”Signore, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!” Mt.20,29ss
Perché gridavano? Erano ciechi eppure hanno gridato perché passava Gesù. Anche il nostro cuore è un grido, un grido di felicità…anche se poi ci si abitua e non si riconosce più la domanda di felicità che è in noi. Se Gesù non passa non si può domandare; per domandare la felicità bisogna sentire, in qualche modo, la vicinanza della risposta. Passava Gesù…hanno destato la speranza, hanno gridato!

2. “Gesù entrò poi in Gerico, e stava attraversando la città, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, desiderava vedere chi fosse Gesù, ma non poteva a causa della folla, perché era basso di statura. Correndo avanti, salì sopra un sicomoro per vederlo, perché doveva passare di lì. Gesù, arrivato in quel punto, alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, presto, scendi, perché oggi devo fermarmi in casa tua.” Ed egli, svelto, scese e lo accolse con gioia.”
Gesù passa ed alza lo sguardo. Zaccheo scese pieno di gioia e lo accolse in casa sua. Gesù l’ha guardato. 
“Bisogna essere guardati per guardare, essere amati per amare, prediletti per dire sì” (S.Agostino)
Nella meditazione per il prossimo venerdì santo, il cardinale Ratzinger proporrà, nell’incontro di Cristo con la madre, sulla via del calvario, la domanda : “Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” 
La fede in Lui, in Gesù vivo. Troverà ancora chi lo riconosca? Questa domanda può voler dire che Gesù chiede se la sua passione avrebbe portato frutto, sarebbe stata utile all’uomo. Perché egli era vero uomo, uomo come noi eccetto che per il peccato. 
Quando ha guardato la madre, ormai sfigurato dal dolore, sulla via del calvario, Gesù ha avuto la certezza che la sua sofferenza sarebbe stata utile. 
Gesù ha sofferto ed ha pregato, ha chiesto anche di non morire. Quando Gesù ha guardato la madre, ha avuto la certezza che la sua sofferenza non sarebbe stata inutile.
“Con la sua speranza e con la fede, Maria ha anticipato il trionfo del Figlio” (dalla Liturgia). 
Maria non poteva fare altro che stare lì, ai piedi della croce.
Quando incontra la Maddalena, il primo giorno dopo il sabato, tutto era finito, era morto davvero, Gesù la chiama: “Maria! Non mi trattenere…” perché non si può possedere questa presenza, non è un possesso nostro il cristianesimo.
E’ la Grazia che crea la fede. 
Se il Signore non mi dona continuamente la fede, io la perdo.
E’ l’identica Grazia che rende credenti e fa rimanere credenti.

Oggi, quell’ umanità di Cristo che ha guardato Zaccheo, che è stata confortata dalla madre, una creatura come noi, redenta anche se preservata dal peccato, non è più visibile. Egli era pieno della grazia; come quella grazia raggiunge noi che non vediamo più la sua umanità?
L’idea dell’esistenza di Dio non commuove l’uomo; se lo commuovesse, non sarebbe stato necessario diventare uomo…
Come la Grazia raggiunge l’uomo?
Attraverso i sacramenti, i segni dei suoi. L’umanità di Cristo ci raggiunge oggi attraverso segni visibili all’uomo “Gesù ti fai nostro…” (vedi in fondo la preghiera del card. Montini)
Dopo la sua morte, la speranza era finita, i discepoli hanno perso la fede e la speranza. Per questo la loro testimonianza è che veramente è accaduto qualcosa che ha ridato la speranza, vuol dire che è tornato… altrimenti il cristianesimo è una costruzione che aggiunge fatica alla fatica di vivere.
L’origine della vita cristiana è l’opera buona che Lui compie in noi; è quando sorgono la commozione, lo stupore per la sua presenza, le lacrime per il peccato. Le lacrime non sono opera del peccato, perché il peccato produce solo una schiavitù più grande; le lacrime nascono dalla sua presenza che ci riabbraccia; si piange di gratitudine per essere amati. 
“Era dolce il Padre” e nel figliol prodigo, la lontana memoria della dolcezza del padre, genera il ritorno. Quando è tornato il Padre è stato più dolce di prima. E’ più dolce essere riabbracciati.
Il pianto di Pietro testimonia, con le sue lacrime, che Lui, Gesù, gli voleva bene.
“Quando sono caritatevole, è Gesù…. (S.Teresa di Lisieux)
I nostri tentativi diventano pesanti, le cose che facciamo noi, anche quelle buone, diventano pesanti. Le cose che fa il Signore restano leggere. 
Il nostro voler bene, il nostro perdono, non sono nostri…e i primi spettatori stupiti dell’opera di Dio, siamo proprio noi. Così il modo nostro di partecipare al suo agire, al suo operare, alla sua testimonianza, si esprime solo come preghiera, come domanda, proprio come i bambini.
Il nostro darci da fare è, tante volte, una contro-testimonianza.

Gesù caro, vieni a me, e il mio cuore unisci a Te.
E’ meschino il nostro cuore, deh! Ti degni entrarci Tu,
a infiammarlo del Tuo amore,
dolce amabile Gesù.

“Gesù ti fai nostro.
Ci attiri verso di te presente, presente in una forma misteriosa.
Tu sei presente, come il singolare pellegrino di Emmaus
che raggiunge, avvicina accompagna, ammaestra e conforta
gli sconsolati viandanti nella sera delle perdute speranze.
Tu sei presente nel silenzio e nella passività dei segni sacramentali,
quasi che tu voglia tutto insieme velare e tutto svelare di te,
in modo che
solo chi crede comprenda,
e solo chi ama possa veramente ricevere.
Verso di te ci attiri, o paziente;
paziente nell’ oblazione di te per l’altrui salvezza, per l’altrui alimento; paziente nella figurazione del corpo separato dal sangue;
paziente fino all’estrema misura del dolore, del disonore, dell’abbandono, dell’angoscia e anche della morte.
Così nella misura della pena
diviene palese il grado della colpa e dell’amore,
della colpa umana e dell’amore tuo” (G.B.Montini, arcivescovo di Milano)



Meditazione di don Giacomo Tandardini - Alba Adriatica, il 18/02/05 
Appunti di Carolina di Sante non rivisti dall’autore

Considerazione di Antonio Socci: 
Don Giacomo, morto prematuramente nell’aprile scorso, è stato uno dei più geniali e commoventi fra i figli di don Giussani. Molto gli dobbiamo. Personalmente gli devo moltissimo.
Rileggere oggi questi semplici appunti di una sua conversazione – come sentirlo parlare – è tirare un grande respiro dalla vetta di una montagna. E’ come sentirsi liberati da un peso.
A chi vi dice che la fede cristiana significa fare questo o fare quello, sforzarsi o impegnarsi di qua o di là, dite: amico, rilassati, è già venuto il Salvatore. Guardalo. Lasciati stupire e commuovere.
A chi vi dice che per capire la positività della realtà, per non franare davanti ai colpi della vita o per stare nella realtà, per non essere in balia delle circostanze o con la paura del nulla, bisogna “impegnarsi in un lavoro che ci faccia recuperare il nostro umano autentico”, personalmente direi che non ha capito niente (e molto altro), ma siccome bisogna essere caritatevoli propongo semplicemente di leggere queste parole di don Giacomo.
Che dicono tutt’altro. Che sono letteralmente un altro mondo. Che ci ridicono, commuovendoci, quello che veramente don Giussani ci ha insegnato, infiammando i nostri cuori.
Qui sta la libertà, qui fiorisce l’umanità. Questo è il cristianesimo.

Antonio Socci

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