sabato 10 marzo 2012

Senza fede l’Occidente è destinato al declino - Mons. Fisichella

Lo ha detto mons Fisichella durante un convegno alla Gregoriana. “Non è emarginando il cristianesimo che si potrà avere una società migliore”

«Se l’Occidente si vergogna di ciò che è stato, delle radici che lo sostengono e dell’identità cristiana che ancora lo plasma allora non avrà futuro. La conclusione potrà essere solo quella di un declino irreversibile». Lo ha affermato l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione nel corso del ’Dies academicus’ svoltosi oggi all’Università Gregoriana sul tema «Nuova evangelizzazione: orizzonti, problemi e responsabilità».


Secondo mons. Fisichella, in Paesi che sono stati plasmati e formati dalla fede cristiana «la scelta che molti stanno compiendo di rimanere neutrali dinanzi alla religione è niente di più dannoso che si possa immaginare». «Vivere di indifferenza, agnosticismo e ateismo non solo non consentirà mai di giungere a una risposta sul tema fondamentale del senso della vita, ma non permetterà di raggiungere l’obiettivo dell’unità di queste terre - ha spiegato nel suo discorso riportato dall’Osservatore Romano -. Non è così che la storia progredisce. Non è emarginando nè esorcizzando il cristianesimo che si potrà avere una società migliore».


Per Fisichella, quindi, «mettere di nuovo al centro dell’impegno culturale e politico alcuni principi valoriali non potrà che essere efficace per il futuro». In primo piano, ha osservato, «la famiglia che rappresenta il soggetto determinante del tessuto sociale». Inoltre, «il primato della vita umana, dal suo primo istante fino alla sua conclusione naturale, appare come l’urgente presa di consapevolezza davanti a una generalizzata forma di denatalità e di spregio per la vita che pone in crisi la stessa sopravvivenza della civiltà».


«Noi cattolici - ha aggiunto il capo-dicastero vaticano - non indietreggeremo in questa assunzione di responsabilità e non accetteremo di essere emarginati».

fonte: http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/news/dettaglio-articolo/articolo/fisichella-13326/

venerdì 9 marzo 2012

Il Papa veste Prada? No, era una bufala


La prima bufala contro Benedetto XVI è apparsa pochi mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, l’autore è stato il quotidiano “La Repubblica” citando il britannico “Independent”. La notizia è che il Papa avrebbe indossato per il suo pontificato «occhiali da sole dal design moderno e giovanile, dotati di lenti ampie e fascianti, portati anche durante udienze particolarmente assolate; cappello da baseball di colore bianco con la visiera calata sulla fronte» e «un paio di mocassini rossi firmati Prada, casa di moda tra le più esclusive». Anche se poi si legge: «L’azienda non conferma». Questo era lo scoop a cui hanno abboccato decine e decine di anticlericali e la notizia si è trascinata negli anni. La leggenda è stata così confezionata: il Papa veste Prada, vive nel lusso, è servito e riverito mentre nel mondo c’è gente che muore di fame. Nel 2008 l’Osservatore Romano  ha provato a smentirla, ottenendo pochi risultati purtroppo. Lo stesso l’Agenzia Ansa nel 2010.

Di recente si è tornati sulla questione. Si riporta la notizia, come vi è scritto sul quotidiano del Vaticano, che è il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell’abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Nessun costo dato che Stefanelli afferma: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro». Le sue relazioni con il Vaticano, si legge, hanno avuto inizio nel 2003 quando, assistendo in tv alla Via Crucis, vide Giovanni Paolo II malfermo e sofferente, e decise di confezionargli un proprio paio di scarpe, a suo dire più comode. E così dev’essere stato, poiché da allora ha continuato a produrle anche per Benedetto XVI. E quando sono rovinate? Le butta via e se ne fa dare di nuove? Assolutamente no, le invia a Antonio Arelllano, un peruviano che ha il suo negozio a due passi dal Vaticano e le fa riparare. Ovviamente a pagamento.

Si affronta anche il tema dell’insopportabile moralismo sull’anello d’oro indossato dai Pontefici. Un anello -dicono convinti i bigotti anticlericali- che vale migliaia di miliardi che, se venduto, “sfamerebbe l’Africa intera”. Diciamoci la verità…chi non ha mai sentito questa frase? Eppure si tratta di semplice oro, ha la grandezza e dunque il valore commerciale di due fedi nuziali, e viene usato, come timbro, per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa. Senza poi contare che, alla morte del Papa, viene rotto con un martelletto d’argento, rifuso e riutilizzato per il Pontefice successivo. Tecnicamente è sempre lo stesso da secoli.

Sparare sulla Chiesa è facile come farlo sulla Croce Rossa. La Chiesa, quando pure risponde, lo fa a parole. Non va oltre, non trascende, non querela, non denuncia. Dunque non si rischia nulla ad attaccare la Chiesa, e per di più si fa la parte degli emancipati, dei liberi di pensiero. E poi non trovano neppure contraddittorio: la stragrande maggioranza dei cattolici sono disinformati, apatici nella loro fede, ben lieti di credere al primo anticlericale della strada piuttosto che al loro Papa. E quelli tra di essi, che pure la verità la conoscono, il più delle volte tacciono, o parlano con un filo di voce, per non apparire bigotti, per non contraddire il pensiero dominante. Questa bufala delle scarpe Prada, tuttavia, è una delle tante dimostrazioni di come la mentalità corrente sia dettata da luoghi comuni, falsi, e pregiudizievoli, e come coloro che credono di essere informati e autonomi nel giudizio in realtà siano i più pilotati dai menzogneri dell’anticlericalismo di professione o schiavi della loro stessa ideologia»

mercoledì 7 marzo 2012

Don Giussani: beato perchè portò Cristo in mezzo ai giovani - Don Antonio Mazzi

Non impazzisco per i santi. Ce ne sono così tanti da farti perdere qualsiasi voglia di capirne qualcuno. Basterebbero, secondo me, i dodici apostoli e pochi altri. Ad ogni modo, i santi preferiti li ho anch’io: san Francesco, don Bosco, san Giovanni Calabria, la Maddalena e santa Monica (la madre di S. Agostino). In questi giorni, sempre per il principio che i santi sono pochi, c’è la richiesta di apertura dell’iter di beatificazione di don Luigi Giussani. Farei una riflessione supplementare, quasi una eccezione, proprio per un personaggio come lui.

Sono arrivato a Milano nel 1979 a lavorare presso l’Opera don Calabria, in zona Parco Lambro, nel campo della formazione professionale, per ragazzi e giovani, normali e meno. Don Giussani l’ho incontrato più volte. Mi interessava la sua passione per l’insegnamento.
Avevo bisogno di capire Milano. Venivo da un’esperienza fatta nella borgata romana di Primavalle e da un periodo nel quale, a Verona, avevo tentato di integrare nel mondo della scuola e del lavoro handicappati psichici (così venivano chiamati nel 1968).
Mi ha colpito un episodio della vita di don Giussani, poco eclatante per altri ma non per me. Prete poco più che trentenne, nel 1954, lasciò l’insegnamento in seminario per approdare al liceo Berchet di Milano. Aveva deciso questo “salto dalla balaustra” dopo un incontro, in treno, con alcuni adolescenti, che ignoravano i fondamentali del cattolicesimo.
Insegnando religione per dieci anni in quel liceo, maturò l’idea del movimento che più tardi chiamò “Comunione e Liberazione”. A me don Giussani, interessava e interessa per questo. Qualcuno farà fatica ad avvicinarlo a don Bosco.
I suoi l’hanno intrappolato e spesso compresso con attività più vicine all’economia (Compagnia delle Opere) e alla politica che all’educazione. Ma è stato lo stesso bisogno di ricerca spirituale, profonda, concreta, immersa nella quotidianità, coniugata con l’educazione dei giovani, ad ispirare i due.
In quel tempo non solo insegnò, ma le prime riunioni le fece con don Francesco Ricci, nel nome di Gioventù Studentesca e dentro l’alveo dell’Azione Cattolica. Ha avuto la capacità di coniugare, con armonia e saggezza, la centralità della figura di Cristo con le opere sociali e con l’attenzione all’uomo integrale.
L’allora Cardinale Ratzinger, ai funerali disse: “Don Giussani ha conservato la centralità di Cristo e proprio così ha aiutato con le opere sociali, l’umanità in questo mondo difficile, dove la responsabilità dei cristiani per i poveri è grandissima e urgente”.
Don Giussani, oggi, ridiventa più attuale, moderno, interessante; perché il problema educativo è stato travolto da visioni consumiste e mode superficiali, caratterizzate da qualunquismo culturale e vergognosamente egoista.
Un santo che testimonia con la sua vita l’emergenza educativa, nel folto elenco del martirologio cattolico, credo debba trovare un posticino. “Chi crede deve attraversare anche le valli oscure del discernimento e così anche le avversità delle opposizioni, delle contrarietà ideologiche. Dobbiamo liberarci da voci che non si accontentano di fare, ma che portano messaggi più grandi, in una visione formativa ed educativa più ampia e profonda”.


Don Antonio Mazzi