martedì 6 gennaio 2015

I re Magi - 6 gennaio

La storia dei re Magi nasce molto lontano, in terre esotiche e ricche di antiche tradizioni, ispirata all'oracolo di Balaam, identificato con Zoroastro, che aveva annunciato che un astro sarebbe spuntato da Giacobbe e uno scettro da Israele.
I tre misteriosi personaggi sono menzionati solo nel Vangelo di Matteo che parla dei Magi che dall'Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del neonato Re dei Giudei.
Tutte le notizie che abbiamo sui Magi ci vengono dai Vangeli Apocrifi e da ricostruzioni e ragionamenti postumi.
Dal Vangelo di Matteo abbiamo solo riferimenti ai tre doni, l'oro, l'incenso e la mirra; il numero tre ha una forte valenza simbolica, per alcuni indicherebbe le tre razze umane, discendenti dai tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafet.



Il nome dei Re Magi
Un aspetto della storia dei magi è il loro nome. Noi attribuiamo ai magi i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma non tutte le fonti sono concordi. Nel complesso monastico di Kellia, in Egitto, sono stati rinvenuti i nomi di Gaspar, Melechior e Bathesalsa.
Melchiorre sarebbe il più anziano e il suo nome stesso deriverebbe da Melech, che significa Re. Baldassarre deriverebbe da Balthazar, mitico re babilonese, quasi a suggerire la sua regione di provenienza. Gasparre, per i greci Galgalath, significa signore di Saba. Un accenno a questi mitici re lo troviamo anche in Marco Polo:"...in Persia è la città che è chiamata Saba da la quale partirono tre re che andaron ad adorare Dio quando nacque..."
Secondo numerose leggende i tre magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita del Cristo.



L'origine dei Re Magi
Originari dell'altopiano iranico i magi erano sciamani legati al culto degli astri e, successivamente, sacerdoti del dio Ahura Mazda il protettore di tutte le creature.
Studiosi di astronomia, seguendo la lettura del cielo, avevano riconosciuto in Cristo uno dei loro "Saosayansh", il salvatore universale, diventando così loro stessi, "l'anello di congiunzione" tra la nuova religione nascente, il cristianesimo, e i culti misterici orientali.
Ancora oggi il culto del magi non è dimenticato, la leggenda narra che i resti mortali dei Re Magi furono recuperati in India da Sant'Elena e poi portati a Costantinopoli.
Nel 1034 pare che queste reliquie fossero trasportate a Milano in un'arca e depositate nella chiesa di Sant'Eustorgio, ricca di simbolismi legati ai tre re e ancora oggi luogo di pellegrinaggio.
La simbologia dei doni dei Re Magi
I doni dei Magi hanno un significato: fanno riferimento alla duplice natura di Gesù, quella umana e quella divina: l'oro perché è il dono riservato ai Re e Gesù è il Re dei Re, l'incenso, come testimonianza di adorazione alla sua divinità, perché Gesù è Dio, la mirra, usata nel culto dei morti, perché Gesù è uomo e come uomo, mortale.

La tomba dei Re Magi
Meno conosciuta è la sorte dei re Magi dopo la loro morte.
Una cronaca dell'epoca (IV secolo), riferisce che le sacre reliquie, risposte dentro una cassa di legno, avvolti in tessuti intrisi di profumi e di mirra, vennero portati a Milano nella chiesa di Sant'Eustorgio al ritorno da un suo viaggio a Costantinopoli.


I corpi dei Re Magi erano intatti, essendo stati trattati con balsami e spezie, e mostravano dal volto e dalla capigliatura età differenti: il primo sembrava avere 15 anni, il secondo 30 e il terzo 60 anni.
L'antica chiesa dove la tradizione vuole che fosse battezzato San Barnaba, il primo vescovo della città, venne ampliata dal vescovo Eustorgio per ospitare la reliquia che venne riposta in un'arca romana di marmo sormontato dalla stella e dalle tre corone, con l'epigrafe “Sepulcrum trium Magorum”.


Le avventure delle reliquie dei Re Magi
La testimonianza della custodia nella Chiesa di Sant'Eustorgio a Milano si trova nella iscrizione di antichissima data, sul lato sinistro (guardando la facciata della chiesa), che dice:"Basilica Eustorgiana titulo Regibus Magis” che attesterebbe la presenza dei corpi dei Re Magi. Inoltre, la chiesa ambrosiana, nel calendario e nei libri liturgici, di prima del X secolo, viene chiamata Basilica dei Re.
Nel 1164 durante l'assedio di Federico Barbarossa, i resti dei Re Magi furono trafugati e trasportati a Colonia, dove venne costruita una bellissima Basilica per contenerli e dove ora riposano.


Grande fu lo sconforto dei cittadini alla notizia e Milano tentò più volte di riaverle, ci provò anche Ludovico il Moro nel 1434 ma inutilmente. Solo il cardinal Ferrari, agli inizi del secolo scorso, riuscì ad ottenere parte delle ossa ora collocate in un prezioso tabernacolo sopra l'altare dei Magi.


I Re Magi nell'arte

Le raffigurazioni pittoriche dei Re Magi che portano doni o che sono in adorazione del neonato Gesù sono moltissime e presenti in ogni secolo, dal medioevo ai giorni nostri.La scena rappresentata è molto simile a quella dell'adorazione dei pastori, ma di significato notevolmente diverso.


giovedì 1 gennaio 2015

1° gennaio - Maria Santissima Madre di Dio

 «Questa solennità è stata la prima festa mariana della Chiesa occidentale. 
La sua origine più remota dovette essere la dedicazione della basilica di Santa Maria Antica nel Foro Romano, dedicazione che ebbe luogo il 1° gennaio. 
La festa però si trova anche nell’ambito dei riti bizantino e siriaco; risale agli ultimi anni del secolo IV, ma è celebrata a un’altra data: il 26 dicembre.
Il rito romano celebrava, il 1° gennaio, l’ottava del Natale, commemorando la circoncisione di Gesù bambino (cfr. Lc 2,21). L’antica festa mariana scomparve fino a che, nel 1931, Pio XI, in occasione del XV centenario del Concilio di Efeso, istituì la festa della Divina Maternità di Maria, fissata per il giorno 11 ottobre. La riforma liturgica la trasferì al 1° gennaio, e, in questo modo, ricuperò l’antichissima celebrazione della santa Madre di Dio.
Di questa rinnovata festività Paolo VI dice nella ‘Marialis cultus’ che “è destinata a celebrare la parte avuta da Maria nel mistero della salvezza e a esaltare la singolare dignità che deriva per la Madre santa per mezzo della quale abbiamo l’autore della vita” (n. 5).»

(Julián López Martín, l’anno liturgico, 225-226)




Ave Maria, Regina della Pace

Diversi sono i motivi che ci spingono in questo primo giorno dell'anno a riflettere e ad unirci nel rendere grazie al Signore. Il primo dell'anno ci induce a pensare alla brevità della nostra vita. 
Ma questa stessa precarietà ci spinge a santificare il tempo che ci viene concesso come dono, vivendo nella vigilanza tanto raccomandata dalla Parola di Dio. E' la giornata della Pace. E la famiglia, è la custode della pace. «Lavorare per la famiglia, significa lavorare per la pace», affermava il beato Papa Giovanni Paolo II. 
Ci chiediamo forse perché la nostra preghiera per la pace non viene esaudita... 
Non possiamo pretendere che vi sia la pace nella "famiglia delle nazioni" se prima non costruiamo la pace dentro di noi, nelle nostre famiglie e tra i parenti, nelle nostre aggregazioni ecclesiali, nei gruppi parrocchiali. Riusciremo a togliere dal nostro cuore tanta ipocrisia, tante segrete gelosie, tante invidie... i tanti mai palesati egoismi? 
La pace del mondo è la somma della pace tra i singoli come il mare è la somma di gocce di acqua della terra. Gesù, figlio di Dio e di Maria, è venuto a portare la pace. Lei, la Regina della Pace, ci offre il suo Gesù. Principe della pace perché noi tutti impariamo a vivere nella pace con noi stessi, con il prossimo e con il Signore. 
Paolo ci ricorda che siamo figli di Dio e quindi come Lui portatori di pace: Quale responsabilità! I pastori che si recano al presepio, una volta contemplato il Bambino, si sentono invasi da un meraviglioso stupore che ammorbidisce i loro caratteri. Ritornano al loro gregge lodando Dio per tutto quello che hanno visto. Maria conserva tutte queste cose meditandole nel suo animo. E Gesù viene circonciso nell'obbedienza alla Legge. Sembrano cose tanto naturali eppure richiedono una padronanza di se stessi per accettare, con serenità, quanto alla ragione sembra strano...

Omelia a cura dei Monaci Benedettini Silvestrini




Buon 2015!



«… e gli auguri Nostri riguardano ogni bene; ogni bene migliore; ogni bene desiderabile. Essi attingono alla sorgente di ogni bene, che è Dio; e non temono d'essere troppo abbondanti e troppo audaci. Essi osano aspirare anche ai beni più grandi e più difficili! Sì, Noi vogliamo con i Nostri voti confortare la speranza di ogni cuore; e la speranza del mondo.
Avrà in quest'anno nuovo il mondo la prosperità necessaria alla sua vita e al suo benessere? Noi lo auguriamo, Noi lo speriamo! Avrà il mondo i pensieri ed i propositi di bontà, di giustizia, di onestà, di libertà, di concordia, che lo possono fare migliore e felice? Noi lo auguriamo, Noi lo speriamo! E avrà la pace il mondo; la pace sempre così fragile e compromessa, sempre così offesa e minacciata, sempre così desiderabile e necessaria? Si, Noi lo auguriamo e Noi lo speriamo!»

(beato Paolo VI, angelus del 1° gennaio 1965)




«Cari fratelli e sorelle! L’anno che si chiude e quello che si annuncia all’orizzonte sono posti entrambi sotto lo sguardo benedicente della Santissima Madre di Dio. Ci richiama la sua materna presenza anche l’artistica scultura lignea policroma posta qui, accanto all’altare, che la raffigura in trono con il Bambino benedicente. Celebriamo i Primi Vespri di questa solennità mariana, e numerosi sono in essi i riferimenti liturgici al mistero della divina maternità della Vergine...»

(Benedetto XVI, omelia per la celebrazione dei Vespri e del “Te Deum” di ringraziamento per la fine dell'anno - 31 dicembre 2008)



«Al termine di un altro anno, la Chiesa, “casa” nella quale il Verbo fatto uomo si compiace di abitare, famiglia di Dio che cammina nel timore del Signore verso il compimento del tempo, desidera riconoscere di essere stata “benedetta” da Dio, con ogni benedizione spirituale in Cristo Gesù (cf. Ef 1,2). 
Contemporaneamente, essa sente il bisogno di benedire e ringraziare colui dal quale proviene ogni dono perfetto e in cui non c’è variazione né ombra di cambiamento (cf. Gc 1,16). 
Carissimi fratelli e sorelle, siamo qui, stasera, proprio per rispondere a questo intimo bisogno dell’animo: per cantare il nostro “Te Deum” e celebrare l’Eucaristia, che è appunto rendimento di grazie, per gli innumerevoli benefici a noi concessi dalla bontà divina anche nell’anno appena trascorso.»

(San Giovanni Paolo II, omelia per la Messa di fine anno e “Te Deum” di ringraziamento al Signore - 31 dicembre 1989)