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domenica 11 novembre 2012

Che fine ha fatto la cappa di San Martino?


Mantello, in latino, si dice cappa. Ma trattandosi del mantello corto dei militari si parlava, al diminutivo, di cappella (cappa corta).

Questa cappella venne conservata come insigne reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi. I Franchi la portavano come stendardo in guerra, davanti alle truppe, fidando nella protezione del santo patrono.
Da Carlomagno la cappa di san Martino venne inviata all'oratorio palatino di Aquisgrana, che da allora si chiamerà, in francese Aix-la-chapelle (Aachen, in tedesco). Infatti, il termine latino, dal significare la reliquia del mantello di san Martino, passò per estensione ad indicare l'oratorio che la conteneva; le persone incaricate di conservare tale insigne reliquia vennero chiamate: "cappellani"! E fu così la chiesetta del palazzo reale di Carlomagno divenne una "cappella" in senso moderno.


Da cappella a cappellani il passo è breve

Il nome, in seguito, identificherà per ulteriore estensione tutte le chiesette e saranno chiamati cappellani tutti i sacerdoti ad esse preposti, anche se non avevano più nulla a che fare con il prodigioso indumento del santo vescovo di Tours.

Dalla cappa di Martino prende nome, perfino, la dinastia reale francese dei "Capetingi".
Una vera e propria devota fissazione!
Pezzetti del mantello di san Martino erano nel medioevo reliquie ambitissime (e parecchio diffuse), vere e proprie narrazioni reificate dell'esempio di carità del primo santo non martire dell'Occidente cristiano.

Una lettura teologica e sociale del gesto di amore disinteressato di san Martino, l'ha data papa Benedetto XVI nel messaggio dell'Angelus dell'11 novembre 2007, dove, tra l'altro, diceva:

“Cari fratelli e sorelle, il gesto caritatevole di san Martino si iscrive nella stessa logica che spinse Gesù a moltiplicare i pani per le folle affamate, ma soprattutto a lasciare se stesso in cibo all’umanità nell’Eucaristia, Segno supremo dell’amore di Dio, Sacramentum caritatis. E’ la logica della condivisione, con cui si esprime in modo autentico l’amore per il prossimo. Ci aiuti san Martino a comprendere che soltanto attraverso un comune impegno di condivisione, è possibile rispondere alla grande sfida del nostro tempo: quella cioè di costruire un mondo di pace e di giustizia, in cui ogni uomo possa vivere con dignità. Questo può avvenire se prevale un modello mondiale di autentica solidarietà, in grado di assicurare a tutti gli abitanti del pianeta il cibo, l’acqua, le cure mediche necessarie, ma anche il lavoro e le risorse energetiche, come pure i beni culturali, il sapere scientifico e tecnologico.”

Testo preso da: Cantuale Antonianum




La leggenda di San Martino (da cui "l'estate di S. Martino")

 


Era l'11 novembre: il cielo era coperto, piovigginava e tirava un ventaccio che penetrava nelle ossa; per questo il cavaliere era avvolto nel suo ampio mantello di guerriero.
Ma ecco che lungo la strada c'è un povero vecchio coperto soltanto di pochi stracci, spinto dal vento, barcollante e tremante per il freddo.
Martino lo guarda e sente una stretta al cuore. "Poveretto, ­ pensa ­ morirà per il gelo!"
E pensa come fare per dargli un po' di sollievo. Basterebbe una coperta, ma non ne ha.
Sarebbe sufficiente del denaro, con il quale il povero potrebbe comprarsi una coperta o un vestito; ma per caso il cavaliere non ha con sé nemmeno uno spicciolo.
E allora cosa fare? Ha quel pesante mantello che lo copre tutto. Gli viene un'idea e, poiché gli appare buona, non ci pensa due volte.
Si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà una metà al poveretto.
"Dio ve ne renda merito!", balbetta il mendicante, e sparisce.
San Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che lo ricopre a malapena.
Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma.
Di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l'aria si fa mite.
Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando il cavaliere a levarsi anche il mezzo mantello.
Ecco l'estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare un bell'atto di carità ed anche per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio.



La leggenda

L'Estate di San Martino è legata alla leggenda del Santo che, nato in Pannonia (l’odierna Ungheria) nel 316, divise in due il suo mantello per donarlo ad un mendicante seminudo e infreddolito, incontrato per strada.
Una volta donato il mantello, il cielo improvvisamente si fece sereno e l’aria divenne più mite, nonostante la stagione si indirizzasse verso l’inverno: era il Signore che, per "ricompensare" il Santo per quel generoso gesto di carità, inviò un clima mite e temperato.
La leggenda sembra si sia diffusa rapidamente sia in Europa sia negli Stati Uniti, in cui questo periodo di intervallo di bel tempo viene detto "Estate Indiana".
Per il suo atto di carità, San Martino è celebrato come il patrono dei cavalieri e dei cavalli, dei sarti e dei mendicanti, dei poveri e dei sinistrati, dei fabbricanti di botti e degli ubriachi, dei viticultori, dei vendemmiatori e dei sommelier (in questo periodo, infatti, si aprono di solito le botti per il vino 'novello', spesso abbinato anche alle prime castagne), degli alcolizzati guariti e dei mariti traditi.


L’estate di San martino e i vari significati
Per ‘Estate di san Martino’, come detto, si intende il periodo di novembre caratterizzato da buone condizioni meteorologiche e temperature relativamente miti.
La locuzione ‘Estate di san Martino’ ha assunto con il tempo anche altri significati: viene infatti così definito un improvviso e illusorio miglioramento economico che interessò l'Italia tra il 1550 e il 1600.
Nel giorno di San Martino, infine, in passato venivano rinnovati anche i contratti agricoli annuali: da qui il detto 'fare San Martino', ossia lasciare un alloggio, traslocare.