venerdì 2 agosto 2019

Preghiera a Maria Santissima Regina degli Angeli


 Solennità di Maria Regina degli Angeli ed è la Festa della Porziuncola del Perdono di Assisi. 

Augusta Regina del Cielo e Sovrana degli Angeli,
Tu che hai ricevuto da Dio il potere e la missione di schiacciare la testa a Satana, Ti chiediamo umilmente di mandarci le Legioni Celesti perché al Tuo comando, inseguano i demoni, li combattano dappertutto, reprimano la loro audacia e li respingano nell’abisso .

O Eccelsa Madre di Dio, invia San Michele Arcangelo, l’invincibile capo degli eserciti del Signore, nella lotta contro gli emissari dell’Inferno tra gli uomini. Distruggi i piani degli empi e umilia tutti coloro che vogliono il male. Ottieni loro la grazia del ravvedimento e della conversione, affinché essi diano onore al Dio vivente Uno e Trino e a Te.

O nostra potente protettrice, per mezzo dei risplendenti Spiriti celesti, custodisci su tutta la terra le chiese, i luoghi sacri e specialmente il Santissimo Sacramento dell’altare. Impedisci ogni profanazione ed ogni distruzione. Gli Angeli sono ogni istante in attesa di un tuo cenno e bruciano dal desiderio di esaudirlo.

O Madre celeste, proteggi infine anche le nostre famiglie,le nostre cose e le nostre abitazioni dalle insidie dei nemici. Fa che i santi Angeli dimorino sempre in esse e vi portino la benedizione dell’Altissimo.
Chi è come Dio? Chi è come te, o Maria?
Tu che sei la Regina degli Angeli e la vincitrice di Satana!
O buona e tenera Madre, Tu sarai sempre il nostro amore e la nostra speranza.
O Madre divina, invia i Santi Angeli per difenderci e per respingere lungi da noi il crudele nemico infernale.
Santi Angeli ed Arcangeli difendeteci e custoditeci.
Amen.

- San Pio X -


Buona giornata a tutti. :-)






martedì 9 ottobre 2018

da: “Don Gnocchi. Il prete che cercò Dio tra gli uomini” - Mons. Giovanni Barbareschi

Così racconta Don Giovanni Barbareschi: Sono stato con don Carlo giorno e notte nel corso dell’ultimo mese, fino alla sua morte: per me è stata l’esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda. Quando la gravità del male fece capire che ormai i giorni erano pochi, don Carlo volle celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Messa. 
Lui a letto con addosso la vestaglia blu che metteva solo e unicamente nei momenti più importanti, io all’altarino da campo, sul quale c’erano come calice la sua teca e una piccola reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù - oggetti a lui molto cari, perché li aveva sempre tenuti con sé quando era cappellano militare in Grecia e in Russia - e il crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la sua prima Messa. 
«Adesso domandiamo perdono a Dio con le nostre parole», e ciascuno disse le sue parole. Iniziammo con la parola dell’uomo. 
Leggemmo un passo di Teilhard de Chardin. Gesuita, teologo, scienziato, aveva espresso un desiderio: «Sarei felice di poter morire il giorno di Pasqua». Fu proprio così: morì la domenica di Pasqua, 15 marzo 1955. 
E don Carlo mi disse: «Io a Pasqua non ci arrivo». Era la fine di febbraio. Poi volle che leggessi il capitolo 13 della lettera ai Corinti, l’Inno alla carità, e il Vangelo di Giovanni 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone che ama». Prima della consacrazione, secondo il vecchio canone, il memento dei vivi. Ciascuno ricordò una persona e lui i suoi mutilatini, «la mia baracca». Usava proprio queste parole. Poi il memento dei morti: la mamma e il papà («non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso»). I commenti li faceva durante la celebrazione. «E poi - disse a me -, e poi il tuo papà». 
E i preti che avevamo conosciuto, ricordava ciascuno. 
Terminata la consacrazione, volle che io portassi la cassetta con inciso un coro di monaci che cantava: adoro Te devote latens Deitas. Chiese che venissero ripetute le parole in cruce latebat sola Deitas. Finita la Messa, dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi disse: «Manca ancora qualcosa». Allora gli feci ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei morti, dei suoi alpini morti. Così fu l’ultima Messa di don Carlo.

da: “Don Gnocchi. Il prete che cercò Dio tra gli uomini”. Edito dal Centro Ambrosiano e curato da Emanuele Brambilla





È tornato alla casa del Padre, Monsignor Giovanni Barbareschi


È tornato alla casa del Padre, Monsignor Giovanni Barbareschi, mi mancheranno i suoi insegnamenti e le sue esortazioni ma sono certa che lui, giusto fra i giusti, è finalmente sereno.
Riposa in pace.

Diceva di se stesso: 

“Mi illumina la certezza che non mi sto avvicinando alla fine, ma all'eterno.
Per questo non voglio mascherare la vecchiaia incalzante simulando una giovinezza che non c'è più. Accettando la mia vecchiaia ho perso l'astio nei riguardi della vita che scivola di mano e l'invidia per coloro che hanno ancora una vita piena, efficiente, produttiva.
Vorrei essere saggio, irradiante, non aggredire la realtà per dominarla, ma lasciare che essa si riveli a me nella sua totalità e nel suo mistero. Saggezza è qualcosa di diverso da una intelligenza più o meno acuta, da una cultura più o meno vasta. Saggezza è ciò che ti nasce dentro quando l'assoluto e l'eterno penetrano nella tua coscienza individuale e gettano un fascio di luce su quel fatto, su quell'avvenimento, su quella persona ... e ogni giorno constato e verifico: vedo un po' meno chiaramente, sento un po' meno distintamente, ma capisco un po' di più. E capire è pienezza, è dolore, è amore, è gioia.”