domenica 18 dicembre 2011


Carissimi amici ed amiche,
come avrete visto o letto sul bollettino settimanale,   la Parrocchia San Pio V e Santa Maria di Calvairate in Milano, si è dotata di un nuovo e più moderno strumento di comunicazione: un sito internet  http://www.spiovmi.it/

D’ora in avanti tutte le notizie, gli avvenimenti, gli  avvisi, le foto, etc. che riguardano la parrocchia di San Pio V,  verranno pubblicate sul sito, a cura di un gruppo di volontari.
Questo blog  non chiude, perché ha rappresentato un piccolo pezzo della nostra storia parrocchiale.

Si aprirà però a nuovi orizzonti.

Aspetto i vostri suggerimenti .
Un abbraccio.

Stefania


lunedì 12 dicembre 2011

Il Precursore - Omelia di S.E.R. card. Angelo Scola - V domenica di Avvento

ARCIDIOCESI DI MILANO
CURIA ARCIVESCOVILE
 
UFFICIO PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI

                    Duomo di Milano
                     11 Dicembre 2011
    Omelia Di S.E.R. card. Angelo Scola
                 Arcivescovo di Milano
                “In mezzo a voi sta uno
                che voi non conoscete!"
               V Domenica d ‘Avvento 


1. Il precursore, secondo il trasparente significato etimologico, è colui che "correndo precede un altro per annunciarne l'arrivo". Questo è il titolo con cui la liturgia ambrosiana identifica questa V domenica di Avvento.
Il santo Vangelo ci presenta la figura di Giovanni Battista al centro di una serrata inchiesta da parte di sacerdoti e leviti (Vangelo, Gv 1,12) e da parte dei farisei (Vangelo, Gv 1,24). La figura del Precursore occupa tutto il brano odierno immediatamente successivo al Prologo, brano tratto dal primo capitolo del Vangelo di Giovanni, che dà inizio alla settimana inaugurale della rivelazione di Gesù. Nel Vangelo di oggi i
riflettori sono dunque puntati direttamente sul Precursore ma, attraverso le sue dirette ed inequivocabili risposte, finiscono su Gesù, il Messia, il già Presente: «colui - dice Giovanni - che viene dopo di me» (Vangelo, Gv 1, 27), ed era prima di me (Vangelo, Gv 1,15c).
Nelle domande rivolte al Battista è racchiusa, secondo un incalzante crescendo, tutta l'attesa messianica delle grandi correnti giudaiche (generalmente dei sadducei e dei farisei): « Tu, chi sei? (Vangelo, Gv 1, 19) Sei tu Elia? Sei tu il profeta? (Gv 1,21) Che cosa dici di te stesso? (Gv 1,22) Perché dunque battezzi? (Gv 1,25)». Ma il Precursore, in modo fermo, rifiuta ogni identificazione tra le immagini messianiche tradizionali e la sua persona e missione: «Io non sono il Cristo (Gv 1,20)», «Non sono Elia, non
sono il profeta» (cf. Gv 1,21), «a colui che viene dopo di me... io non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,27).
Chi è allora il Precursore?
Giovanni Battista è una cerniera, un ponte tra la promessa dell'Antico Testamento (le meraviglie compiute da Dio con il popolo eletto) e la sua realizzazione nuova e definitiva nel Nuovo Testamento (l'avvenimento del Messia). Egli indica perciò, nella sua stessa persona, l'atteggiamento adeguato all'Avvento: l'attesa della venuta del Signore (prima Domenica dell'Avvento ambrosiano).
Dalla figura e dalla testimonianza del Battista viene a noi oggi un primo importante insegnamento.
Egli rifiuta di identificare la sua persona con le immagini tradizionali del Messia. In tal modo ci indica con chiarezza che l'attesa, per sua natura, non può essere ridotta alle immagini con cui noi la formuliamo. Infatti non si attende qualcosa se già lo si conosce compiutamente. Non sarebbe più attesa. Pensiamo alle immagini con cui i genitori si rappresentano il bimbo che aspettano o ai sogni di cui i giovani rivestono il loro futuro...
Se, in un certo senso, è inevitabile che le nostre immagini/figure tentino di dar forma a ciò che ancora aspettiamo, guai se noi ci arrestassimo ad esse. Esse sono un'apertura a ciò che sta avvenendo, ma solo ciò che accade realmente compie l'attesa. E quando l'avvenimento si attua supera ogni immagine ed inevitabilmente la perfeziona e la corregge.
In questa mancanza di apertura a ciò che sta avvenendo, cioè alla venuta del Figlio di Dio in cui consiste l'autentica attesa, spesso si incaglia la nostra esistenza quotidiana. Diventa asfittica, perde respiro, vittima delle nostre troppo incerte e labili immaginazioni sul futuro.

2. L'attesa per eccellenza rinvia ad un altro da sé: «In mezzo a voi sta uno... che viene dietro di me » (Vangelo, Gv 1,26). È lui la novità, il Verbo di Dio, l'Atteso; il Battista è solo la « voce» (Vangelo, Gv 1,23).
Qui si situa il secondo importante insegnamento dell'odierna liturgia. Se l'attesa è fare spazio al Veniente, questo fare spazio implica il riconoscersi meno che schiavi. Questo vuol dire, anche per la tradizione rabbinica, l'immagine del «non» essere «degno di slegare il laccio del sandalo» (Vangelo, Gv 1,27).
Stiamo vivendo con il cuore pieno di questa autentica attesa la memoria della venuta del Signore nella carne (Natale) e di quella ventura nella gloria alla fine dei tempi?
L'attesa cristianamente intesa è fattore di grande realismo nella nostra vita: situa nella giusta luce affetti, lavoro, riposo, i "fondamentali" dell'esperienza quotidiana.

3. Sorge a questo punto una domanda: "Su cosa possiamo e dobbiamo fondare la nostra attesa se non dobbiamo enfatizzare immagini e figure del futuro?" Abbiamo infatti bisogno di certezza per camminare lungo le vie del travaglio dell'ora presente.
Una prima risposta ci viene offerta, con tratti di potente lirismo, da un passo dal forte valore messianico, sia per la tradizione giudaica, sia per quella cristiana: il brano del profeta Isaia che abbiamo sentito proclamare nella Prima Lettura.
Il regno di Giuda è appena scampato al pericolo della dominazione assira (VIII sec. a.C.). Questo fatto riaccende la speranza nella discendenza davidica: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Prima Lettura, Is 11,1). La visione di Isaia presenta una prospettiva ideale di pace universale: «Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto... Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente
velenoso» (Prima Lettura, Is 11,6 e 8). Solo Dio potrà realizzare un simile disegno.
L'autore della Lettera agli Ebrei propone allora di affidarci direttamente a Colui che ha già inaugurato per noi questa prospettiva, «un sacerdote differente [da quelli dell'Antico Testamento], il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile » (Epistola, Eb 7,15-16). Egli ha adempiuto le profezie (Seconda Domenica dell'Avvento ambrosiano). Per questo Gesù garantisce «una alleanza migliore» (Eb 7,22), cioè un rapporto indefettibile tra Dio e l'uomo. Egli, infatti, «possiede un sacerdozio che non tramonta» (Eb 7,24). Da qui il terzo importante insegnamento offertoci dalla liturgia di oggi: Egli può «salvare perfettamente quelli che si avvicinano a Lui» (Epistola, Eb 7,25).

Su Gesù Cristo stesso, passo, morto e risorto per la nostra salvezza possiamo con speranza certa poggiare la nostra attesa di compimento.
La presenza e l'azione di Cristo ci raggiungono per mezzo della liturgia della Sua Chiesa (cfr CCC, 1076). Noi lo attendiamo nella Chiesa perché è già venuto a garanzia del fatto che verrà definitivamente: «La tua famiglia già gusta la gioia della tua presenza» (Orazione dopo la Comunione). «La nostra redenzione è vicina», ci farà dire il Prefazio.
Per questo la partecipazione frequente e consapevole ai sacramenti e agli altri gesti liturgici è la scuola primaria di preghiera.
Il Vangelo di oggi però ci lancia un ammonimento: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete» (Vangelo, Gv 1,26). Questo non conoscere rivolto ai farisei può essere letto come una messa in guardia di fronte alla tentazione di non voler conoscere, di non voler implicarsi con Lui (cf. ad es. Gv 8,19: «Voi non conoscete né me né il Padre, se conosceste me conoscereste il Padre»). Torna qui ancora una volta il dramma della libertà, su cui ci siamo già soffermati altre volte.

4. L'autentica attesa del Signore che viene spalanca la libertà al mondo intero: «In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia » (Prima Lettura, Is 11,10). Infatti, come abbiamo visto la Seconda Domenica dell'Avvento ambrosiano, tutti gli uomini e tutti i popoli sono chiamati a diventare "figli del Regno".
La strada perché questa vocazione universale alla salvezza si realizzi ci viene richiamata da Benedetto XVI: «Dio viene conosciuto attraverso uomini e donne che lo conoscono: la strada verso di Lui passa, in modo concreto, attraverso chi l'ha incontrato. Qui il vostro ruolo di fedeli laici è particolarmente importante. [...] Siete chiamati a offrire una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell 'agire. Nella famiglia, nel lavoro, come nella politica e nell 'economia, l'uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia» (Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio Pro laicis, 25.11.2011).

5. Nel Natale ormai imminente chiediamo che lo Spirito Santo intensifichi in noi l'attesa perché il mondo venga riempito della conoscenza del Signore «come le acque ricoprono il mare» (Prima Lettura, Is 11,9). Amen

mercoledì 7 dicembre 2011

L'ingresso del Messia - Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola - IV Domenica d'Avvento

ARCIDIOCESI DI MILANO
CURIA ARCIVESCOVILE

   UFFICIO PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI

              Duomo di Milano
 
               4 Dicembre 2011 
Omelia Di S.E.R. card. Angelo Scola
          Arcivescovo di Milano
       “Benedetto colui che viene!"
        IV Domenica d ‘Avvento
1.        Man mano che ci addentriamo nel tempo santo dell'Avvento, la Chiesa, come una madre premurosa, educa il nostro desiderio, la nostra attesa ed il nostro cammino svelandoci progressivamente il volto di Colui che aspettiamo.
Chi è, infatti, Colui che è venuto e che verrà? Chi è Gesù che si presenta a noi come il fine - significato e direzione - della storia, che ci rende partecipi della Sua vita attraverso il Battesimo e la Confermazione, che si offre a noi come vero cibo e vera bevanda in ogni Eucaristia?
A questa domanda non possiamo rispondere da noi. Per conoscere Gesù non c'è altra strada se non quella che la liturgia ci ha indicato domenica scorsa: la strada della testimonianza. Possiamo riconoscere Gesù perché Egli si fa conoscere da noi.
Il Vangelo di oggi descrive l'ingresso di Gesù a Gerusalemme. L'ingresso del Messia è il titolo di questa Quarta Domenica dell'Avvento ambrosiano. La liturgia, rifacendosi ad un'antica tradizione, vuole - ancora una volta - farci riflettere sul ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi.
Il racconto dell'evangelista è intessuto di molti elementi dai quali si evince che Gesù presenta, deliberatamente, Se stesso come Messia. Egli si propone, infatti, come Colui che compie le profezie dell'Antico Testamento - lo abbiamo visto domenica scorsa. Citiamo solo qualche dato. Gesù parte dal Monte degli Ulivi, il luogo da dove, secondo il profeta Zaccaria, sarebbe giunto il Messia per entrare nella sua città (cf. Za 14,4-5; Vangelo, Mc 11,1). Il gesto, dettagliatamente descritto, di andare a prendere il puledro ed il suo significato (Vangelo, Mc 11,1-7), richiamano, secondo gli studiosi, direttamente o indirettamente temi dell'Antico Testamento. L'ingresso in città era stato predetto in modo ritenuto assai autorevole sempre dal profeta Zaccaria: « Ecco viene a te il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina » (Za 9,9). La folla che segue Gesù lo acclama con esclamazioni "regali": «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore [citazione del Salmo 118,25-26]! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Vangelo, Mc 11,10). Gesù prende infine discretamente possesso della città davidica e lo fa proprio entrando nel tempio, luogo per eccellenza del rapporto con Dio: «Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio» (Vangelo, Mc 11,11).

2.        L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è anche il gesto con il quale egli inizia la Sua ultima settimana di vita, quella della Sua passione, morte e resurrezione. Incomincia così a svelarsi che il Messia, l'Atteso «con ardente speranza» (Orazione a conclusione della Liturgia della Parola), il Re nel quale «esultano i figli di Sion» (cf. Salmo responsoriale 149), è l'Agnello immolato. Quell'agnello evocato, secondo la Volgata di Gerolamo («Emitte agnum Domine dominatorem terrae de petra deserti ad montem Filiae Sion»), dai primi versetti del cap. XVI di Isaia: «Mandate l'agnello al signore della regione, da Sela del deserto al monte della figlia di Sion» (Prima Lettura, Is 16,1).

3.        Gesù è dunque il Messia che il popolo attendeva, ma non è come il popolo lo attendeva. Mentre normalmente, secondo le Scritture, i re cavalcano cavalli per dimostrare la loro dignità, Gesù - come già fecero la regina Abigail (cf. 1Sm 25,20) e lo stesso Davide (cf. 2Sm 16, 1) - sceglie di presentarsi in atteggiamento umile, cavalcando un asino: «Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra» (Vangelo, Mc 11,7).
È così pre-annunciata la modalità "scandalosa" del compimento dell'attesa messianica nella Pasqua di Gesù: il Messia è il Servo Crocifisso e Risorto.
L'attesa del Messia, come abbiamo visto nei Vangeli di queste domeniche, era vivissima. Essa era tuttavia confusa e incerta quanto al chi fosse il Messia e al come avrebbe liberato Israele. I profeti avevano individuato il cuore del problema, e cioè che solo un intervento sovrumano e definitivo (escatologico) di Dio, poteva riscattare Israele. Il problema più acutamente sentito non era tanto quello dell'occupazione romana in sé (contro cui lottavano i numerosi movimenti politici), ma la sua causa profonda. Era il male accumulato lungo tutta la sua storia ad aver causato la perdita della libertà di Israele.
A questo male, lo stesso che ognuno di noi si trova talora nel cuore e di cui registriamo quotidianamente tante tragiche manifestazioni nella società, non riesce a rispondere né la conoscenza della Legge né la sua più scrupolosa osservanza. Paolo, con un'espressione molto forte, arriva a parlare di «impotenza della Legge» (Rm 8,3). La redenzione della malizia umana esige un intervento radicale capace di trasformare e ricreare la stessa condizione umana. Si capisce perché gli israeliti aspettassero, in un certo senso, Dio stesso. Anche noi, uomini sofisticati del Terzo Millennio, se abbiamo un minimo di onestà con noi stessi dobbiamo riconoscere di attendere la salvezza dall'alto: «Solo un Dio ci può salvare» sciogliendo «i legami mortali del male» (Prefazio).

4.        Il Messia che entrando in Gerusalemme prepara la sua consegna, libera e obbediente, alla morte, assume la sfida del male. E lo fa in modo del tutto imprevedibile: lo prende su di Sé. Così il suo solenne ingresso in Gerusalemme ci indica che è Lui l'Atteso, ma soprattutto mostra che Dio, attraverso un Messia giusto, umile e pacifico, risponde al male dell'uomo con la sua misericordia. Infatti, come ci ricorda il Beato Giovanni Paolo II, la « rivelazione dell'amore viene anche definita misericordia, e tale rivelazione dell'amore e della misericordia ha nella storia dell'uomo una forma e un nome: si chiama Gesù Cristo» (Redemptor hominis 9).
Il volto dell'Atteso è la misericordia. Ogni uomo lo intuisce, a partire dalle relazioni costitutive che si vivono in famiglia, tra gli sposi e con i figli: si conosce veramente l'amore solo quando si viene perdonati. Il perdono donato a chi non lo meriterebbe è l'espressione suprema della gratuità dell'amore. I cristiani ne fanno esperienza ogni volta che si accostano al sacramento della Riconciliazione. Infatti l'uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri » (n. 1489). Domando, per questo, ai sacerdoti secolari e religiosi di rinnovare la loro disponibilità per il ministero della confessione. In ogni parrocchia, in ogni decanato, i fedeli debbono poter trovare in chiesa, almeno in certi orari ben definiti, sacerdoti in attesa dei penitenti. E presso i santuari e le chiese maggiori la presenza del confessore deve essere continua. Infatti «la confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall'assoluzione rimane l'unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa» (n. 1497).

5.        La misericordia attesa, invocata e ricevuta è sorgente di vero progresso per la vita personale e per quella sociale. Alla necessità del continuo rinnovamento della vita personale ci ha richiamato oggi l'Epistola di san Paolo: «Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio - e così già vi comportate -, possiate progredire ancora di più» (Epistola, 1Ts 4,1). La venuta del Messia redentore, dono di misericordia, lungi dal renderci superficiali nei confronti del male che compiamo, provoca, attraverso il sacramento della Confessione, la contrizione - che consiste nel dolore per i nostri peccati, nel pentimento e nel proposito di non peccare di nuovo -, l'accusa e la penitenza (soddisfazione). Nello stesso tempo sprigiona un'energica disposizione a compiere il bene.
Ma la misericordia è fonte anche di rinnovamento per la vita sociale: essa impedisce di considerare il giudizio sui malfattori e la loro condanna - fattori questi necessari per l'ordinamento civile di una società - come la parola definitiva sulle loro persone. Il Messia infatti è venuto a riscattare i peccatori. A nessuno che si riconosca tale, lo sappiamo per personale esperienza, è negato il dono della conversione. Amen.